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Centri e aree interne. Note a margine del libro di Gianfranco Viesti

di Luisa Corazza


 

Il tema del divario territoriale viene affrontato nell’ultimo libro di Viesti partendo da una prospettiva ampia, in cui la diseguaglianza geografica esce dalla tradizionale dimensione nord-sud per toccare tutte le zone periferiche, accomunate dall’aver condiviso, a partire dall’inizio del XX secolo, un comune destino declinante. I divari assumono dunque una dimensione complessa e multiforme, dove la marginalità – vero oggetto d’analisi in “Centri e periferie” – va alla ricerca di spiegazioni, radici, soluzioni.

Da molti anni Gianfranco Viesti è un punto di riferimento per chi studia i territori. La sua storia di studioso è stata improntata, tra i tanti interessi, a far capire l’importanza dei luoghi per lo sviluppo dell’economia e per la vita delle persone. Questo libro può essere dunque letto come una summa che raccoglie anni di studio ed esperienza sul campo, e mostra come la storia, le riforme istituzionali e le strategie di finanza pubblica abbiano plasmato il rapporto tra i territori, disegnando uno schema in cui, paradossalmente, lo sviluppo asimmetrico dei luoghi finisce per favorire la crescita di alcuni “a scapito” di altri.

Da questo quadro, ricco e rigorosamente documentato, si possono dunque trarre alcune acquisizioni: a) le politiche pubbliche non sono neutre per i territori ma si traducono in precise strategie che, in modo esplicito, o più spesso implicito, plasmano le nostre comunità; b) va in soffitta, di conseguenza, l’idea dello sviluppo come frutto di forze spontanee, perché anche la scelta di non intervenire orienta lo sviluppo in una certa direzione; c) l’impatto delle politiche pubbliche sui singoli territori non trae origine solo dalle politiche territoriali in senso stretto ma deriva, come effetto indiretto, anche da politiche di carattere generale; si pensi alle politiche universitarie cui lo stesso Viesti dedicò qualche anno fa una spietata analisi (L’Università in declino. Un’indagine sugli atenei da nord a sud, a cura di G. Viesti, Donzelli, 2016).

Ma questo libro ci insegna anche altro, ovvero che politiche sbagliate sono in grado di generare un meccanismo a spirale, in cui effetti nefasti sulla dinamica dei territori si amplificano nel tempo, diventando un volano difficilissimo da disinnescare. E’ quello che è accaduto, nel corso del Novecento, alle aree interne, dove il processo di industrializzazione e di conseguente urbanizzazione della popolazione ha condotto all’impoverimento – sotto tutti i punti di vista: demografico, economico, dei servizi – di territori un tempo al centro della vita del paese, innescando un processo che ora si fa molta fatica ad invertire. Si coglie qui, a mio avviso, il grande merito della Strategia Nazionale delle aree interne, ultimamente – e indebitamente – sotto attacco (si v. ad esempio G. Coco, Un flop di gran successo, Corriere del Mezzogiorno, 31 marzo 2021, https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/21_marzo_31/flop-gran-successo-5a476cdc-91e6-11eb-8a44-251da3bda6ef.shtml): aver dato voce unitaria ad un problema, per elevare il dramma dell’abbandono progressivo di un terzo del suolo nazionale al di sopra delle singole questioni di campanile. Le aree interne, dal Piemonte al Sud del Salento, passando per la spina dorsale dell’Appennino centrale, sono, grazie alla SNAI, una questione nazionale, che pone prima di tutto un problema di eguaglianza, dato che ciò che le qualifica è la distanza dai luoghi di erogazione dei servizi essenziali di cittadinanza.

Come far tesoro, allora, di queste riflessioni nell’implementare il Piano nazionale di ripresa, dato che, come ci insegna Viesti “nulla condanna a essere periferia”?

Il PNRR adotta consapevolmente una dimensione multidimensionale del concetto di coesione, che è sociale e territoriale insieme. Ma al di là delle singole poste di finanziamento dedicate alla coesione (Missione 5), è interessante cercare le opportunità per le aree interne che si nascondono nelle pieghe del PNRR, ovvero nelle altre missioni. Penso alla Missione 2 (Transizione ecologica) che offre indubbie opportunità alle aree interne, in particolare per le iniziative di contrasto al dissesto idrogeologico e di promozione della biodiversità (grande patrimonio dei territori marginali); alla Missione 3 (Infrastrutture e mobilità sostenibile), dove si entra nel cuore del problema delle aree interne. Accanto all’alta velocità (strategia che è stata tra i responsabili, in questi anni, dell’arretramento dello sviluppo ferroviario delle aree interne), viene finalmente dedicato spazio al potenziamento delle ferrovie regionali (sul punto v. anche L. Corazza, Ma quando arrivi treno. Ferrovie e diseguaglianze nell’Italia delle aree interne, Civiltà Appennino 1 marzo 2021, https://www.civiltaappennino.it/2021/03/01/ma-quando-arrivi-treno-ferrovie-e-diseguaglianze-nellitalia-delle-aree-interne/). La Missione 6 (Salute) suggerisce poi che alcune pratiche già presenti nelle aree interne – ad esempio, la telemedicina – potrebbero diventare modello di ispirazione per le politiche nazionali, invertendo lo stereotipo delle periferie che inseguono i centri (sul punto si v. F. Monaco, La medicina territoriale del futuro nelle esperienze della SNAI, Civiltà appennino, 21 maggio 2021, https://www.civiltaappennino.it/2021/05/21/la-medicina-territoriale-del-futuro-nelle-esperienze-della-snai/).

Molto del successo del Recovery Fund dipenderà tuttavia da come verranno attuate le due missioni che più guardano al futuro, ovvero la missione 1 (digitalizzazione e innovazione) e la missione 4 (istruzione e ricerca). L’accelerata impressa dalla pandemia alla rivoluzione tecnologica ha introdotto nuove opportunità per le aree interne, se solo si pensa all’impatto dello smart working sulle scelte abitative delle persone (v. L. Corazza, Aree interne e lavoro. La grande sfida dello smart working al tempo della pandemia, Civiltà Appennino, 20 dicembre 2021, https://www.civiltaappennino.it/2020/12/20/aree-interne-e-lavoro-la-grande-sfida-dello-smart-working-al-tempo-della-pandemia/), ma contiene, nel contempo, alcuni rischi, tra cui gli effetti ancora non misurati della didattica da remoto, in uno scenario in cui le università delle aree periferiche escono da un decennio di politiche tese a favorire gli atenei dei grandi centri urbani (v. sul punto E. Cattaneo, Università e ricerca, no all’oligarchia della scienza, La Repubblica, 18 marzo 2021, https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2021/03/18/news/universita_ricerca_pnrr-292853096/).

“Centri e periferie” aiuta pertanto a capire che il problema dell’evoluzione dei territori (alias delle periferie) è una questione multidimensionale, in cui solo la comprensione dei diversi aspetti del fenomeno è in grado di offrire una piattaforma di ragionamento valida. Il che consente di ridimensionare tutte le letture semplificate, molto diffuse in questi anni, dello sviluppo territoriale. Imputare le dinamiche di sviluppo a concetti come il capitale sociale, la questione storica, l’assenza di poli di eccellenza non è solo un modo per affrontare il problema guardando il dito e non la luna, ma finisce per diventare l’alibi per non affrontare il faticoso viaggio – al quale Viesti non si è sottratto – per arrivarci, sulla Luna. E camminando tra i crateri lunari ci rendiamo conto che le ragioni per cui i centri sono diventati sempre più centri e le periferie, invece, sempre più marginali sono molteplici, e si sono, soprattutto, approfondite in questi ultimi vent’anni a seguito di precise scelte ideologiche, tese a modificare il ruolo dell’intervento pubblico nella vita delle comunità: da intervento a sostegno dello sviluppo a intervento a sostegno delle regole del gioco, senza tenere conto che il mercato più che a un bosco dove i funghi crescono spontanei assomiglia ad un campo coltivato e lavorato da secoli di intervento umano.

Luisa Corazza
Luisa Corazza è professore ordinario di Diritto del lavoro nell’Università del Molise, dove dirige il Centro di ricerca per le Aree Interne e gli Appennini (ArIA). Dal 2015 è consulente del Presidente della Repubblica per le questioni di carattere sociale.
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