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Civiltà Appennino

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 Mario Rigoni Stern: voce di un cambiamento necessario

di Elia Gaudenzi


 

Io domando tante volte alla gente: «Avete mai assistito a un’alba sulle montagne? Salire su una montagna quando è ancora buio e aspettare il sorgere del sole è uno spettacolo che nessun altro mezzo creato dall’uomo vi può dare. A un certo momento, prima che il sole esca dall’orizzonte, c’è un fremito: non è l’aria che si è mossa, è una qualche cosa che fa fremere l’erba, che fa fremere le fronde ed è un brivido che percorre anche la tua pelle che, per conto mio, è proprio il brivido della creazione che il sole ci porta ogni mattina. E sentirai, per esempio, il canto del codirosso; e sentirai il pettirosso; poi magari vedrai un capriolo […]; e poi magari quando il cielo è chiaro e le stelle sono sparite, ti accorgi che sopra di te vola un’aquila. Ma prima hai sentito il brivido.» (Mario Rigoni Stern in Carlo Mazzacurati e Marco Paolini, Ritratti. Mario Rigoni Stern, prodotto da Francesco Bonsembiante per Regione del Veneto e Vesna Film, Italia, 1999.)

Quando Mario Rigoni Stern racconta della natura si percepisce il sentimento quasi animistico che lo lega agli elementi della biosfera: qualche atavico strascico di quella cultura cimbra che abitò l’Altipiano dei Sette Comuni, forse, ma quando si legge delle passeggiate attraverso i boschi della sua Asiago, si avverte un’atmosfera materna, quasi si immergesse in un liquido amniotico che isoli dalle brutture esterne.

E di queste, ahimè, si abbonda.

I Sette Comuni furono di fatto uno dei bersagli più vessati dalla crescita edilizia degli anni Settanta che trasformò radicalmente l’assetto del territorio, dilatandone le periferie e sottraendone spazi verdi come nel caso dell’abbattimento del bosco di Gallio. Inoltre, il flusso sempre crescente di turismo iniziato negli anni Sessanta, sommato all’ingenua e acritica accettazione dei montanari di una facile promessa di ricchezza, portò presto alla luce i problemi di una mancante pianificazione urbanistica oltreché evidenti carenze strutturali.

Va da sé che l’identità dell’Altipiano che Rigoni, testimone di una realtà storico-naturale appena trascorsa, ci racconta, non è più recuperabile alla luce di uno stravolgimento tecnologico-culturale che ha minato irrimediabilmente quel fragile filo che sosteneva un rapporto uomo-natura oramai solo nocivo. E non è solo una questione di cementificazione, sfruttamento delle risorse, inquinamento atmosferico ecc. ma di una vera e propria cancellazione di un modo di agire più consono alle tempistiche della natura. Quella civiltà rurale era cosa viva e pulsante fino a ieri, ma oggi non vi è rimasta che qualche isolata traccia, più reperto da esposizione per i turisti che autentico modo di vivere:

Con l’infittirsi degli alberi e l’abbandono delle terre un tempo coltivate, i luoghi diventano sempre più selvaggi. Non si va più a raccogliere la legna e l’abbandono fa crescere il sottobosco, così aumentano le vipere, che lì trovano in abbondanza il loro cibo preferito, i topi, ma aumentano anche le volpi, le donnole, le faine e gli uccelli rapaci. Luoghi così inselvatichiti non sono buoni nemmeno da funghi; i sentieri si inerbano e spariscono tra rovi e spini. Anche ai piedi delle montagne, dove queste si raccordano con le colline prima della pianura, dilagano le infestanti robinie, e così quei luoghi diventano impraticabili. (Mauro Varotto, Montagne del Novecento – Il volto della modernità nelle Alpi e Prealpi venete, Cierre Edizioni, Verona, 2019, p. 91)

Quello che lo scrittore vede attorno a sé fin dall’infanzia è un ecosistema profondamente segnato dagli eventi passati che fin troppe volte restituiscono solo una misera carcassa di quel che fu. Come emerge con evidenza nei suoi scritti, Rigoni, non tende quasi mai ad una visione idilliaca e paradisiaca della natura ma cerca di dipingerla sempre a colori contrastanti, tenendo sì presente che essa è una madre non sempre equa, ma soprattutto ben consapevole dei traumi che la mano umana vi ha recato nel tempo. E vi continua a recare. La contemplazione dell’ambiente per Rigoni infatti, non è mai un’attività passiva, anzi, lungi da lui qualsivoglia ingenua osservazione di ordine turistico, è invece spesso attiva perché collabora con una certa forma di responsabilità ecologica.

Oggi si tende a parlare molto di natura ma lo si fa a distanza, vedendola come qualcosa di lontano che non ci riguarda realmente, dimenticando che gli equilibri che essa pretende sono anche quelli che ci permettono la vita. Rigoni questo lo sapeva bene e, con lo sguardo tipico del grande narratore qual era (nonostante la sua reticenza ad ammetterlo), ha sempre tentato di “istruire”, con gentilezza, le persone cui giungeva tramite i suoi libri. Con un occhio strizzato verso i più giovani, ovvero il futuro.

Ma a volte provo anche sfiducia se mi capita di constatare quanto poco gli uomini si occupino dei problemi degli alberi. E sì che da tempo studiosi e tecnici vanno scrivendo dei pericoli che li minacciano, e ai pochissimi che li ascoltano o che si interessano corrispondono i troppi che si accorgono degli alberi solo quando, presi dalla calura estiva, cercano la loro ombra per posteggiare l’automobile. (Mario Rigoni Stern, Arboreto salvatico, in Mario Rigoni Stern, Storie dall’altipiano, a cura di Eraldo Affinati, Mondadori collezione I Meridiani, Milano, 2010, p. 1193.)

Se nella sua vita “letteraria”, Rigoni, si è sempre fatto testimone di una realtà trascorsa proprio nel momento in cui l’Italia girava pagina abbandonando gli ultimi strascichi tardo ottocenteschi della cultura di inizio secolo, lo ha fatto con la schiena piegata dalla memoria della guerra e gli occhi pieni di speranza verso il futuro, gli occhi di un “salvato” per dirla alla Levi. Un’operazione questa che testimonia la grandezza d’animo di un uomo che ha compreso quanto fuori dai binari prestabiliti stia avanzando il nostro treno e quanto sia necessario un ripensamento culturale per evitare il deragliamento:

«[…] e oggi dico sempre quando mi incontro con i ragazzi: voi magari aspirate ad avere un impiego in banca, ma ricordatevi che fare il contadino per bene è più intellettuale che non fare il cassiere di banca. Perché un contadino deve sapere di genetica, di meteorologia, di chimica, di astronomia persino. E allora tutti questi lavori che noi consideriamo magari lavori così, magari con un certo disprezzo, sono lavori invece intellettuali.» (Mario Rigoni Stern in Carlo Mazzacurati e Marco Paolini, Ritratti. Mario Rigoni Stern, prodotto da Francesco Bonsembiante per Regione del Veneto e Vesna Film, Italia, 1999).

Oggi si iniziano ad avvertire quei venti di cambiamento (anche se ancora troppo flebili) che il nostro ha lungamente chiamato a gran voce, comprendendo appieno il suo tempo e gli stravolgimenti che esso si è portato appresso ma mantenendo sempre la sua virile pudicizia di montanaro con cui ci ha raccontato la natura e quel che ad essa dobbiamo.

 


foto copertina: frame da Intervista a Rigoni Stern di Carlo Mazzacurati (https://youtu.be/Mw-10y2kAqQ)

Elia Gaudenzi
Nato a Forlì nel 1995, laureato in Lettere moderne a Bologna e poi in Italianistica a Lugano con una tesi di ecologia letteraria. Animato da una grande passione per la montagna alimentata con trekking, letture e scrittura.
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