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Civiltà Appennino

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Il bosco, oltre Cappuccetto Rosso

di Piero Lacorazza


 

Nei giorni scorsi mi ha molto colpito un articolo pubblicato su Repubblica.it dal titolo “Ogni cittadino di un paese ricco causa la perdita di quattro alberi in un paese povero” e su queste pagine abbiamo rilanciato l’approfondimento: “Facciamo i sostenibili… con gli alberi degli altri”.

Parto dall’articolo: “Uno studio ci racconta come i Paesi più forti economicamente preservano gli alberi di casa loro e annunciano piani green ma per la richiesta di materie prime accrescono la deforestazione altrove. Solo l’anno scorso la distruzione della foresta tropicale è aumentata del 12%”.

Non vi annoio con altri dati e virgolettati. L’articolo mi ha stimolato una doppia riflessione. La prima. Ma davvero qualcuno pensa che ci si possa salvare contro gli effetti dei cambiamenti climatici dentro i confini nazionali? O peggio ancora saccheggiando oggi risorse naturali e rinviando alla futura generazione, ai nostri figli, i debiti ambientali che già noi dovremmo pagare?

La seconda riflessione è più lunga; mi sono spinto a ricercare e leggere cosa accade nel nostro Paese.

Anche noi facciamo i sostenibili con gli alberi degli altri, non valorizzando un patrimonio che potrebbe costituire una delle leve per lo sviluppo del Paese dando valore ed opportunità alle aree interne?

L’Italia è il primo importatore mondiale di legna da ardere e il secondo europeo di legname da industria. E al tempo stesso negli ultimi 160 anni nel nostro Paese sono triplicate le foreste, fino a raggiungere il 38% del territorio nazionale (Iuti, 2017). Il consumo del suolo in Italia è per buona parte in pianura e in montagna cresce la superficie forestale.

Non mi interessa in questo articolo affrontare le cause di questi squilibri ma sottolineare quanto, nel nostro Paese, il bosco possa diventare qualcosa non più evocata solo dal romantico attraversamento di Cappuccetto Rosso ma possa andare oltre, rappresentando invece una delle leve per l’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

I boschi d’Appennino, e non solo, servono alle città. Qualche tempo fa sempre su questa rivista Filippo Barbera scriveva che “su 12 città metropolitane ben 6 (Genova, Roma, Reggio-Calabria, Messina, Palermo, Cagliari) hanno più del 50% di Comuni montani o parzialmente montani e circa 90 tra capoluoghi di Provincia e Comuni con più di 50.000 abitanti distano meno di 15 km da un’area montana, configurando di fatto un sistema nazionale metromontano di città e montagne diverse”. (Metroappennino)

Ma i boschi possono servire alle città nella misura in cui non muoiano e conservino la loro biodiversità. E per non morire e conservarne la biodiversità è necessario proteggerli valorizzandoli affinchè generino opportunità e, quindi, anche presidio in Appennino, in montagna, nelle colline alte, nelle aree interne.

Il bosco, quindi, non è la strada in cui non passarci per evitare il pericolo – come il consiglio dato dalla mamma a Cappuccetto Rosso – ma un luogo che, seppure saldamento collocato in alcune aree piuttosto che in altre, è una straordinaria risorsa di connessione per uno sviluppo armonico, equilibrato e sostenibile.

Quindi: importiamo legname, nelle città si vive sempre peggio, le aree interne si spopolano e i nostri boschi invecchiano, perdono biodiversità e bruciano durante la stagione estiva. Mi rendo conto che una riflessione si apre sul particolare regime di tutela: circa il 30% delle foreste italiane è protetto con finalità ambientali e il 100% è anche soggetto a vincolo paesaggistico. A questo punto voglio tornare a ribadire che anche noi, quindi, “facciamo i sostenibili con gli alberi degli altri”.

Aggiungo che il costo del lavoro è un altro differenziale che gioca sull’opportunità di importare: costa meno altrove che a casa mia. E quindi tagliamo gli alberi degli altri per aiutarli a casa loro?

È chiaro che non si tratta di scegliere la strada del dumping ambientale e sociale ma di evitare che gli alberi restino i soli abitanti delle nostre aree interne. Eppure nel bosco c’è tanto fare e valorizzare: prodotti, attività formative e educative, servizi terapeutici e di inclusione sociale, iniziative sportive, etc.

Il Testo Unico in materia di foreste e filiere forestali (Tuf, decreto legilsativo 3 aprile 2018, n.34), seppur molto dibattuto e per alcuni aspetti controverso, potrebbe segnare un passaggio di fase.

Ma una nuova fase necessita anche di una rinnovata programmazione e legislazione delle regioni che assumano questo tema come fondamentale per la transizione ecologica e per lo sviluppo sostenibile. Enti locali che valorizzino ed investano sul proprio territorio attraverso la partecipazione anche del mondo privato, dei soggetti del Terzo Settore per averne ricadute ambientali, sociali ed economiche. Il bosco può essere anche un’opportunità per nuovi montanari con il colore della pelle diverso dal nostro? Coraggio.

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credits foto copertina di Radosław Cieśla da Pixabay

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Piero Lacorazza
Direttore responsabile www.civiltaappennino.it Direttore Fondazione Appennino
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