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Civiltà Appennino

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Migranti e montagna

di Laura Bosio


 

Un giorno di due anni fa, ancora in periodo di lezioni in presenza, Ishawu arriva a scuola, puntuale come sempre, e invece di dirigersi al banco dove lo aspetta Carlo, il suo insegnante, mi cerca con gli occhi in mezzo alla folla degli studenti e viene dritto verso di me. Nel chiasso del corridoio – a scuola quell’anno eravamo in media centocinquanta a volta – mi dice, anzi grida: “Maestra, vado in montagna!”

Sembra contento e allo stesso tempo allarmato, ma lui è così da quando l’ho conosciuto l’anno prima, mandato a noi dal centro che lo ospitava in quanto minore non accompagnato, sbarcato a Pantelleria dopo il consueto, per questi ragazzi, tragico viaggio, dal Ghana, il suo paese, attraverso il deserto e i lager libici. Allora aveva diciassette anni, era spaesato quanto desideroso di capire, di imparare, basso di statura, minuto, gli incisivi accavallati che un sorriso pronto scopriva con generosità.

Compiuti i diciotto anni, era stato trasferito con altri ragazzi in un appartamento dove la struttura che lo seguiva cercava di avviarlo al lavoro e a una maggiore integrazione, una decina di mesi per trovarne uno che gli evitasse di essere rimpatriato. Per loro tornare indietro è una sconfitta bruciante che le famiglie di origine, quando esistono, perdonano a stento.

“Com’è la montagna?” mi chiede, anzi grida, mentre gli studenti e i volontari prendono posto nei banchi per cominciare la lezione “uno a uno” caratteristica della nostra scuola.

Accompagno Ishawu da Carlo, stupito del leggero ritardo, mi siedo e lo invito a parlarci della novità. Ormai se la cava con l’italiano e, aiutandosi con un po’ di inglese, ci mette a parte del lavoro che gli è stato proposto e ha accettato, in Val d’Aosta, sopra Champoluc, dove si occuperà di stalle e mucche. Ha già fatto lavori di campagna in Ghana, non capiamo bene quali, e non è questo che lo preoccupa, al contrario. Quello che lo spaventa è la montagna, che non ha mai visto. Gli fa paura lo spazio chiuso, la mancanza dell’orizzonte in cui è cresciuto, la vita in una piccola comunità dentro la quale teme di sentirsi osservato, additato per la sua diversità, non accettato. Sa che la metropoli può essere inospitale, persino crudele, ma ha sperimentato anche che gli concede libertà, gli permette di essere uno dei tanti migranti ai quali i cittadini si stanno gradatamente abituando, nonostante gli inaccettabili pregiudizi e le sollevazioni politiche contro di loro.

Come rassicurarlo? Né Carlo né io abbiamo esperienza di vita in montagna, se non come villeggianti invernali o estivi, e ci ripromettiamo, provando a infondergli comunque fiducia, ciascuno per la propria parte, di saperne di più.

Così incontro il progetto ForAlps, acronimo di Foreign Immigration in the Alps, cioè l’immigrazione straniera nelle Alpi, una rete di ricercatori e soggetti attivi in sistemi di accoglienza nata nel 2015 con l’obiettivo di analizzare come la presenza degli immigrati aiuti lo sviluppo in quei contesti. Insieme all’Associazione Dislivelli, Andrea Membretti, ricercatore dell’università di Pavia e mente del progetto, ha potuto constatare che il 40% dei richiedenti asilo ospitati nei vari centri risiedono in zone montane, tra le Alpi e gli Appennini, vale a dire quasi una persona su due. Circa 400.000 residenti regolari sono migranti economici. Una significativa quantità di persone, che ha contribuito allo sviluppo delle economie locali consentendo di riattivare attività legate alla filiera del legno, al recupero della sentieristica: in una parola la sopravvivenza di territori e comunità. Molte delle loro storie, che ho letto con particolare partecipazione pensando a Ishawu, sono raccolte nel volume Montanari per forza (Franco Angeli Editore, 2018), risultato della ricerca condotta da Dislivelli tra Piemonte e Liguria. L’occasione per dimostrare, una volta di più, che l’Italia potrebbe trarre gran beneficio da un sistema di integrazione ben gestito.

Le aree urbane dei grandi e medi centri abitati rimangono i fulcri dell’ospitalità, ma la montagna è il secondo ambito territoriale per l’accoglienza. Il 30% dei “migranti forzati” ospitati a livello nazionale si trova infatti in aree montane. Con una differenza: i progetti SPRAR, cioè quelli gestiti direttamente dalle amministrazioni pubbliche, sono molto più numerosi nell’Appennino (oltre il 40% ricade in questi territori) che nelle Alpi (meno del 3% accolti in SPRAR) dove invece sono più frequenti i progetti CAS, o emergenziali, che non vedono coinvolti i comuni in prima battuta. E dove esiste un’organizzazione territoriale funzionante, esistono anche attività di lungo periodo virtuose.

Come si vede nel bel film di Giorgio Diritti, Il vento fa il suo giro, chi è rimasto nelle terre alte, per lo più spopolate, è difficile accettare che qualcuno venuto da molto lontano abiti le case e recuperi i mestieri che i giovani hanno rifiutato. Ma questi conflitti trovano spesso soluzione nel “faccia a faccia”, nella condivisione “forzata” di spazi comuni, nella fatica e nella cura del “tenere su” il territorio e di farlo insieme. All’interno di quella solidarietà materiale, interpersonale, che ha cementato per secoli le comunità di montagna, il che ormai si dà raramente nel contesti urbani.

Lo straniero, con la sua motivazione e le sue necessità forti,  sconvolge “l’immobilità, la stagnazione, l’inerzia, il torpore, l’abbattimento, la letargia che regnano nella piccola società. Introduce un movimento, una turbolenza. Ha un ruolo rivelatore” scrive Alain Montandon, professore di letterature comparate all’università Blaise Pascal di Clérmont-Ferrand e autore, tra l’altro, di Elogio dell’ospitalità (Salerno Editrice, 2004).

Interessante, a questo proposito, rivedere la grande migrazione medievale dei Walser, popolo alemanno che si spostò nelle valli italiane ai piedi del Rosa introducendo tecniche agricole nuove. Anche oggi sono tanti i casi in cui gli immigrati hanno innescato forme di cambiamento impreviste: dalla gestione della pastorizia alle forme della socialità quotidiana, dalle tecniche casearie alle piccole scuole multi-etniche di montagna.

Inevitabile considerare la riflessione sui borghi, concreta e articolata, di Stefano Boeri, volta a riprogettare, anche in vista della realtà post-pandemica, la vita negli spazi urbani e al di fuori. Incoraggiare uno spostamento dalle città in direzione delle realtà meno densamente abitate è una delle suggestioni dell’architetto Boeri, che negli ultimi anni continua a rinnovare la proposta di un’adozione dei borghi abbandonati lungo la dorsale appenninica da parte degli abitanti delle metropoli: circa 6000 centri con meno di 5000 abitanti, di cui quasi 2500 in stato di abbandono, patrimonio di storia e di memoria.

“Il futuro sarà nei borghi storici” afferma Boeri con convinzione. Quello che stiamo vivendo, dice ripetutamente, non finirà domani. Se guardiamo a un orizzonte di medio-lungo termine alcuni fenomeni saranno reversibili, ma non quelli che dimostreranno di avere migliorato la qualità della vita delle persone.  Chi ha capito di poter lavorare per quattro o cinque giorni alla settimana in un luogo bellissimo incontrando a distanza, ad esempio, i dirigenti della propria azienda o della catena commerciale cui appartiene, magari pensa seriamente di trasferirsi dalla città. È una tendenza già in corso, anche il mercato immobiliare registra una valorizzazione di borghi storici e rurali.  Occorre solo evitare il rischio della dispersione “anti-città” che ha trasfigurato l’Italia negli anni tra il ’70 e il ’90, di scongiurare il pericolo di una seconda ondata di “villettopoli” e capannoni orientando la forza centrifuga verso il patrimonio di borghi che abbiamo nella penisola. Questo non implica affatto la fine delle città, ma all’opposto farle rivivere. Boeri immagina città che diventano arcipelaghi di borghi e borghi storici che tornano a essere piccole città. Le condizioni sono: connessione digitale, accessibilità e urbanistica, vale a dire un piano che non distrugga in alcun modo il patrimonio esistente, ma adatti gli spazi interni alle moderne esigenze. Indispensabili inoltre incentivi all’affitto e fiscali.

La vera chiave però è un’altra: un patto di reciprocità tra le città e i piccoli centri interni che riconosca a questi ultimi il loro contributo importante alla sfera urbana, aria pulita, acqua potabile, cibo migliore, e boschi non più abbandonati a se stessi. Merita sottolineare che i giovani disposti a scommettere sui propri borghi sono sempre più numerosi, come ha già evidenziato Paolo Pileri su queste stesse pagine.  E i migranti come Ishawu in questo processo non possono che risultare fondamentali.

Sono rimasta in contatto con lui, ci scambiamo messaggi, notizie sulle nostre vite. Oggi abita da solo in una casa sua, con affitto ragionevole proporzionato al suo stipendio, ha una bella cerchia di amici e si sente utile e valorizzato. Il denaro che riesce a mandare alla sua famiglia in Ghana permette loro un’esistenza meno dura. Lui ha smesso di temere la montagna, non ha più paura della solitudine, dell’emarginazione, del buio. In montagna, ha scoperto, ci sono orizzonti vasti che non immaginava, e insieme all’ombra una luce abbagliante.

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Credits Foto copertina  di Sasin Tipchai da Pixabay

 

 

Laura Bosio
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