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Civiltà Appennino

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Medici di famiglia: l’emergenza sanitaria nazionale che nessuno vuole vedere

di Toni Ricciardi


 

Fino a qualche decennio fa nei paesi esistevano le istituzioni, o meglio, esistevano le figure istituzionali di riferimento della comunità. Oltre al sindaco, vi erano il parroco, il maestro e/o il preside del plesso scolastico e, soprattutto, il medico condotto.

L’ultima grande infornata dei medici di famiglia – o se volete di quella che oggi è definita medicina territoriale di base (in senso lato ovviamente) – è avvenuta negli anni Ottanta. Da allora, in molte realtà dell’entroterra appenninico e non solo, i medici di famiglia hanno appunto assunto un ruolo determinante in queste piccole comunità. La media era di mille-millecinquecento assistiti. In molti casi, il medico era non solo il referente sanitario, ma diveniva anche il riferimento politico. Sindaci e consiglieri provinciali in molti casi erano medici in virtù del loro contatto stretto e quotidiano con la popolazione locale.

I decenni sono passati, lo spopolamento è divenuto il segno distintivo di questi luoghi generando l’equazione proporzionale tra numeri e servizi. Al decremento demografico è seguito quello dei servizi: plessi scolastici accorpati, uffici postali cancellati, caserme dei Carabinieri che hanno seguito lo stesso percorso. E ancora, negozi e bar di provincia che chiudevano.

In questo crescente deserto sociale, l’unica certezza che restava nei piccoli paesi era il medico di famiglia. Competente o meno, almeno le persone sapevano di poter contare su una persona che garantiva loro una prima, seppur minima, assistenza. D’altronde, se l’involuzione demografica dei paesi dell’Appennino si è sempre maggiormente caratterizzata per l’incremento della longevità, o se preferite, per l’aumento dell’indice di vecchiaia, a questa corrispondeva la garanzia di avere almeno un medico di base che conoscesse i propri pazienti e che ne garantisse, appunto, l’assistenza sanitaria minima di base. Mentre, sempre in questi decenni, i piccoli ospedali di provincia venivano progressivamente cancellati, senza essere sostituiti dalla medicina territoriale, l’unico presidio che restava era quello del medico di paese.

In molti comuni, i classici comuni dell’entroterra, con in media da due-tremila abitanti, persistevano due-tre medici di base. Anzi, molte volte, essendo gli stessi impegnati in politica, si generava la politica del cosiddetto “libretto” che veniva spostato, in alcuni casi, da elezione a elezione, in base agli orientamenti politici del momento.

Sulla vicenda del coinvolgimento dei medici di famiglia nella politica amministrativa, molto è stato scritto e detto negli ultimi decenni. Tuttavia, anche i medici, come il resto della popolazione sono invecchiati e andati in pensione, nonostante molti abbiano esercitato fino ai 70 anni con proroghe varie. Improvvisamente – in seguito anche alla crisi pandemica, che ha accentuato incertezza e paura, oltre ad aver limitato la libera mobilità –, stiamo scoprendo che molti di questi paesi iniziano ad essere sprovvisti anche dei medici di famiglia. Se fino a qualche anno fa si contavano medici di famiglia in eccesso, oggi mancano. Ci sono comuni totalmente sprovvisti, nei quali l’aumento dell’età media della popolazione, unita alla crescente difficoltà alla mobilità di molte persone anziane, sta producendo la negazione di un diritto primario: quello alla salute, ergo, quello alla vita, o quanto meno alla sopravvivenza.

Quale soluzione adottare? D’altronde i medici mancano negli ospedali delle grandi città, come ci ha chiaramente dimostrato il Covid-19. Certo, a più riprese nei mesi scorsi abbiamo assistito al tentativo, a dire il vero mal riuscito, di immettere forze giovani nel sistema sanitario nazionale. Addirittura, in piena emergenza, si è paventato di far lavorare in corsia addirittura i neolaureati sprovvisti di specializzazione. Un bilancio complessivo della vicenda è prematuro, ma stando ai dati del momento, possiamo dire che il tentativo è parzialmente fallito.

In questo quadro, al momento, nessuno si è preoccupato di sostituire i medici di famiglia. Se il problema è avvertito anche nelle grandi città, nei piccoli comuni rischia di essere letale. A questo punto, visto che si fa un gran parlare di Recovery Plan (Next Generation EU) come l’ultima opportunità per il paese e, in particolar modo per le aree interne e per il Mezzogiorno, francamente crediamo si debba intervenire con immediatezza.

Se valori di disequilibrio, e quindi di diseguaglianza, delle aree interne e del Mezzogiorno sono stati determinanti nel veder assegnare all’Italia quasi 200 miliardi di Euro – 4-5 volte il valore dell’intero Piano Marshall –, questi territori debbono avere la priorità.

Un tempo, nemmeno tanto lontano, quando una persona vinceva un concorso pubblico – come insegnante, nelle poste o in qualsiasi altro ente di natura pubblica – e accettava, ad esempio, di trasferirsi per qualche tempo in Sardegna, vedeva raddoppiati gli anni di servizio espletati. Parimenti, oggi, servirebbe con urgenza una misura che incentivasse i giovani medici a trasferirsi nei piccoli paesi, per assolvere alla funzione del medico di famiglia, forse professionalmente poco edificante, ma umanamente certamente sì.

Sia chiaro, sono lontani i tempi de «Il medico della mutua» (1968), film magistralmente interpretato da Alberto Sordi, ma se non si interviene subito la questione rischia di assestare l’ultimo colpo mortale a tante minuscole realtà. Se questo dovesse accadere, ogni tentativo di medicina territoriale, di telemedicina e di qualsiasi altro sistema di tutela della salute territoriale sarebbe pressoché inutile. E francamente, non vorremmo dar ragione all’antico detto: mentre il medico studia, il paziente muore.


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Credits: Foto copertina di fernando zhiminaicela da Pixabay

Toni Ricciardi
Storico delle migrazioni e delle catastrofi – Université de Genève
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