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Civiltà Appennino

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Dall’Appennino meridionale, storie e rivoluzioni che unirono l’Italia

A 200 anni dalla nascita del patriota Giacinto Albini

 

Il 17 marzo scorso ricorrevano 160 anni dell’Unità d’Italia e per Fondazione Appennino la settimana che ne segue assume un valore ancor più importante, legata a fatti ed avvenimenti di particolare significato.

Il 24 marzo 1821, esattamente 200 anni fa, nasceva a Napoli, da famiglia di Montemurro, Giacinto Albini, uno dei principali protagonisti meridionali dell’Unità d’Italia ed il principale fautore dell’insurrezione lucana che vide la Provincia di Basilicata come prima regione ad annettersi al nuovo Regno, senza attendere la risalita in Appennino delle truppe di Garibaldi.

La data più conosciuta è quella del 18 agosto 1860, quando le truppe dell’insurrezione capitanate da Albini, entrarono in Potenza dopo essere partite da Corleto Perticara il 16. Un viaggio che per il “Mazzini lucano” (questo il soprannome che la storia gli ha dato) rappresentò solo l’ultimo tratto di un cammino di impegno politico repubblicano, iniziato molti anni prima quando, da giovane laureato sia in Legge (1843) che in Lettere (1845), alla ricerca di una sua professione si imbatté nel clima repubblicano ed insurrezionale che si viveva a Napoli. Nel 1948 fece ritorno a Montemurro e fondò un Circolo Costituzionale prima e un comitato antiborbonico repubblicano poi, a cui si aggiunse un’intensa attività organizzativa per conto dell’Associazione Unità d’Italia, che Albini svolse girando tutto il Mezzogiorno per anni. Questo però gli valse la fama di pericoloso rivoluzionario per le truppe borboniche e varie condanne, pur riuscendo a sfuggire sempre alla cattura.

Il 1857 fu un anno particolarmente significativo per l’Albini, colui che Giuseppe Mazzini dall’esilio definiva “mio fratello in patria” e che proprio da Mazzini non ebbe ascolto quando con Pisacane concepirono la disastrosa spedizione di Sapri, non tenendo conto proprio dei consigli di Albini a dissuadere, ritenendola azzardata. Nonostante la Basilicata era considerata pronta ad insorgere, il muovere le truppe lucane verso la provincia di Salerno era ritenuta impresa troppo ardua. Non fu ascoltato e il 2 luglio 1857 a Sanza, Carlo Pisacane trovò la morte.

L’episodio segnò profondamente l’animo e l’entusiasmo di Albini ma furono sensazioni che durarono pochi mesi perché il 16 dicembre di quell’anno, la sua Montemurro fu epicentro del più funesto degli eventi, il terribile terremoto che segnò la storia di una fiorente e viva cittadina, dedica al commercio e punto di riferimento dell’area, che da quell’evento si vide dimezzare la popolazione che prima del terremoto contava oltre settemila abitanti.

Giacinto Albini trovò rifugio nel palazzo del barone Netti, dove rimase sepolto dalle macerie per oltre 24 ore, per fortuna sopravvivendo. Quel palazzo è lo stesso palazzo dove oggi ha sede la Fondazione Appennino, ricostruito proprio sulle macerie di palazzo Netti.

In seguito al terremoto, Albini spostò a Corleto Perticara la sede del Comitato insurrezionale lucano. Il 16 agosto 1860, con un gruppo di compaesani, si avviò da Montemurro alla volta di Corleto, da cui partì la spedizione per Potenza che entrò nel capoluogo il 18 agosto. Albini incontrò Giuseppe Garibaldi ad Auletta il 5 settembre ed in quella data fu da lui nominato Governatore della provincia di Basilicata. Il 7 settembre Garibaldi entrò trionfante a Napoli, da cui era già fuggito Francesco II di Borbone.

Cessate le funzioni di governatore ebbe un incarico secondario, alla fine del quale si ritirò a vita privata, dimenticato del neonato Regno d’Italia ed egli stesso non “pitoccò” (come scrisse il Racioppi). Solo in seguito a pressioni il governo lo nominò Tesoriere generale della provincia di Benevento e successivamente Conservatore delle Ipoteche di Basilicata. Venne eletto deputato nel 1861 alle prime elezioni del Parlamento Italiano (elezione annullata poi in considerazione del suo ufficio retribuito), fu vice sindaco di Napoli nel 1867, consigliere comunale di Benevento nel 1868 e infine, dal 1876 al 1878, sindaco di Montemurro. Morì a Potenza l’11 marzo 1884.

Dopo la sua morte, Roma volle ricordarlo al Pincio, ponendo un suo busto di marmo vicino a quello di altri patrioti che, come lui, dedicarono la loro vita all’Italia.

Una vita dentro la storia meridionale per Giacinto Albini, ma anche un luogo, appunto Montemurro, in cui si intrecciano storie e racconti che sintetizzano un’epoca attraverso alcune figure come personaggi di un romanzo, come in una sceneggiatura scritta direttamente dalla mano della storia.

È il fascino della ricostruzione di piccole storie che accomuna tanti borghi dell’Italia interna; storie che, sommate, diventano storia e l’Appennino spesso ne è lo scrigno custode. La Montemurro del 19esimo secolo ne è un esempio simbolico, in cui si intrecciarono protagonisti vicende locali che raccontano anche un’epoca.

A cominciare da Giuseppe Capocasale che, nato a Montemurro il 1 marzo 1754, studiò e visse a Napoli nell’era borbonica diventandone un filosofo di riferimento; a lui Ferdinando IV assegnò la cattedra di logica e metafisica (1804) e poi l’incarico di precettore ed educatore spirituale, nel 1822, del futuro re Ferdinando II. Nato nel 1821, Giacinto Albini proprio a Napoli, tra studio ed attività, attraversò tutta l’epoca del regno di Ferdinando II.
Albini quindi si era trovato “contestatore” prima dell’Unità d’Italia e poi “contestato” dopo la rivoluzione, quando, dapprima da Governatore della Provincia di Basilicata e poi in un cammino di circa un ventennio che lo portò fino a sindaco della sua Montemurro, si trovò ad essere la parte di governo. Erano gli anni del brigantaggio postunitario ed ancora Montemurro conobbe il protagonismo di una figura come quella di Antonio Cotugno, il capo brigante soprannominato Culo Pizzuto, la cui banda segnò un intenso e difficile decennio, come avvenne in molti altri luoghi della Lucania di allora.
Riabitare i luoghi conoscendone le vicende e i suoi protagonisti consente così di fare un viaggio nell’anima dei posti, delle case, dei borghi e delle contrade forgiate dalla mano della storia. In quella storia non solo locale che, dopo 200 anni, ancora affascina e vuole far scoprire quanto in fondo ognuno abbia dato il suo piccolo o grande contributo a “rivoluzionare” le epoche.

 


 

Credits e bibliografia

Montemurro per la Rivoluzione Lucana – Tipografia Poliglotta Mundus – Roma, 1912 (ristampa Consiglio Regionale di Basilicata del 2010)

Enrico Schiavone – Montemurro perla dell’alta Val d’Agri – 1990

Wikipedia.it

Treccani.it/enciclopedia/

Foto tratta dal libro Montemurro perla dell’alta Val d’Agri – Enrico Schiavone – 1990

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