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Civiltà Appennino

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Cibando il Dante d’Appennino

di Federico Valicenti


 

“Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estorsive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5.000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia) e se lo si prende, al rogo, così che muoia”.
Dante si vede costretto ad andare via da Firenze per colpa della politica di Roma “dove ogni giorno Cristo viene mercanteggiato” che ha delegato alla Francia il ruolo di guida della sua città e accusa i fiorentini presenti nella città eterna, ed in particolare papa Bonifacio VIII, del suo esilio.

Dopo 700 anni ognuno di noi potrebbe far proprio questo editto, certamente non è la stessa cosa emigrare ed essere esiliato, ma assume lo stesso dolore se lo riflette su se stesso. Sovente si emigra non per proprio volere ma per costrizione, quindi il parallelo tra emigrante ed esiliato potrebbe reggere.

Tu lascerai ogne cosa diletta più caramente; e questo è quello strale che l’arco de lo essilio pria saetta. Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.” (Paradiso XVII)

Quanto dolore e quanta amarezza in questo canto dantesco, quanta moltitudine di gente si ritrova in questo lamento, rimembra questo martellante canto d’addio ai suoi averi, ai suoi cari.

Quanti Dante dell’Appennino sono stati costretti ad andare via dalla propria terra, dalla propria casa, dal proprio luogo. Il Dante Appennino, l’esule, l’emigrante, l’arrabbiato, che cammina per monti e pianure alla ricerca di una nuova vita, un nuovo percorso fatto di incognite e di incertezze con la testa piena di angosce da trasformare in certezza, con le tasche vuote ma anche piene di orgoglio, di rivalsa. Emigrare significa perdere affetti del luogo nativo, dei beni e finanche della vita. Per Dante l’esilio è morte civile, essere banditi è morte morale, condannato a morte in contumacia è fisica. Quindi emigrare, come l’esilio è come spegnere una parte di se stesso, e diventa un lutto da elaborare. Per l’emigrante il legame, il cordone ombelicale che lo tiene legato alla sua terra è il desiderio del ritorno, mentre in Dante è la conoscenza, la scrittura dei trattati e della Divina Commedia, un’opera che lo lascia vivo anche dopo la morte.

L’esilio è andare via, è una perdita,

“Che la dritta via mi era smarrita,” (canto I)

Che possiamo usare come pretesto per parlare dell’Appennino che Dante ci descrive come luoghi ricchi di cultura, tradizione e natura. Dante, il guelfo fuggiasco, abbandona Firenze ma da questo addio trae forza e nuova linfa fuori dal Municipium, alla scoperta di un territorio di cui comprende complessità e potenzialità. L’ambiente incontaminato, i suoi paesaggi, i fiumi, le montagne, le lingue e le tradizioni regalano a Dante forti suggestioni di conoscenza, bellezza e poesia.

“Non altrimenti stupido si turba lo montanaro, e rimirando ammuta, quando rozzo e salvatico s’inurba, che ciascun ‘ombra fece in sua paruta; ma poi che furon di stupore scarche” (par.XVII)

Non meno stupito è il montanaro, ammutolito e fissandosi tutto intorno a lui quando rude e rustico entra in una città, di quanto ogni sfumatura sembrasse dalla sua espressione. Cosi come l’emigrante, tra un albero di olivo e un tralcio di vite dentro l’eterno ciclo del tempo, l’esule si cala nel tessuto sociale del territorio che visita e cerca di carpirne le potenzialità. Lungo il suo avventuroso cammino al di là degli Appennini in cerca di protezione trova l’ispirazione per scrivere la sua opera più celebre, la Divina Commedia.

“L’essilio che m’è dato, onor mi tegno “(Rime, 47)

L’esilio, cosi come l’emigrazione, si trasforma in pellegrinaggio, come una condizione spirituale privilegiata che consente all’uomo di intraprendere un cammino di verità contro la mondanità delle città.

Dante trasforma l’esilio in un valore politico, etico e religioso trasformandosi nella narrazione in guida d’eccezione.

Un curioso aneddoto vede protagonista Dante, invitato a corte da Roberto d’Angiò, figlio del re di Napoli, nel 1309. Dante, allora esule a Lucca, invitato alla corte Angioina si presentò al banchetto vestito in maniera dismessa. Re Roberto ci tiene molto all’etichetta e quando vede arrivare il poeta vestito con negligenza

“Come solean li poeti fare”

Lo fa sedere in fondo al tavolo, con gli ospiti di rango inferiore. Dante, torvo, non batte ciglio, ma appena finito di mangiare si alza e lascia la città. Re Roberto realizza di aver trattato male il grande Poeta e gli invia un messaggero con un nuovo invito. Dante accetta e si presenta a corte con vesti così ricche che il Re gli fa assegnare uno dei posti d’onore. Ma appena arrivano le vivande Dante comincia a rovesciarsi addosso cibi e vino sui suoi bei vestiti. Al Re che, sbalordito, gliene chiede ragione, il poeta risponde

Santa Corona, io cognosco che questo grande onore ch’è ora fatto, avete fatto ai panni miei e pertanto io ho voluto che i panni godessero le vivande apparecchiate”

Questo aneddoto permette di descrivere la componente appenninica dell’esperienza biografica di Dante non è solo curiosità, ma mette in risalto l’agiata vita della borghesia dei Comuni e la vita artistica dei feudi. Se i Comuni si collocano sotto il segno dello sfarzo, del profitto, l’Appennino ricade sotto quello dell’onore.

I luoghi dell’Appennino accarezzati dalla storia e dalle leggende, di narrazioni e avvenimenti, di trame e vicende, di echi che ancora vivono, diventano luoghi dell’anima.

Dante racconta che la bellezza e la ricchezza dell’Appennino ha un passato di enorme valore che deve guidare la conoscenza del presente e indicarci il futuro.

 


 

Tria di Vermicelli

Ricetta del 1300

Come fare i Vermicelli

Ingredienti

300 grammi di farina di grano duro

1 uovo

Acqua

Sale

Preparazione

Impastare la farina con un pizzico di sale, un albume e un po’ d’acqua finché l’impasto non diventa molto duro e raggiunge una consistenza omogenea. Prendere pezzetti di impasto e formare fili sottili con le mani, simili a piccoli vermi.

 

Fare Tria di vermicelli

Ingredienti

150 grammi di vermicelli

300 grammi di mandorle pelate

80 grammi di zucchero bianco di canna

Spezie (zafferano, chiodi di garofano, cannella)

Sale

Preparazione

Preparare il latte di mandorle

Macinare le mandorle nel mortaio e stemperarle con un po’ d’acqua, poi passare il liquido al setaccio.

Mettere a bagno lo zafferano in acqua tiepida e macinare le spezie. Bollire un po’ d’acqua e aggiungere i vermicelli.

Dopo circa dieci minuti, aggiungere il latte di mandorle e lo zucchero.

Cuocere i vermicelli circa dieci minuti dopo, aggiungere lo zafferano. Spolverizzare con le spezie. Servire i vermicelli tiepidi o freddi.

 

 

Federico Valicenti
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