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Civiltà Appennino

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Sinisgalli. Il talento dall’Appennino al futuro

di Giuseppe Lupo

 

Quarant’anni fa, nello stesso 1981 in cui moriva Leonardo Sinisgalli, io approdavo a Milano con due libri nella mia valigia di studente. Uno era il romanzo di Elio Vittorini, Il Sempione strizza l’occhio al Frejus (1947), che narra la storia di una famiglia povera nel dopoguerra milanese. L’altro erano i Fiori pari fiori dispari (1945) di Sinisgalli, ventotto capitoli scritti sul filo della memoria, una specie di scavo nel sottosuolo alla ricerca del tempo perduto: l’addio a Montemurro, l’emigrazione del padre in America, i collegi di Caserta e Benevento, gli studi universitari a Roma, gli anni milanesi, la guerra. Tutta la vita di questo autore è riassunta in questo volume che per me diventò una mappa di orientamento dentro la città nella quale cominciavo io stesso a fare i primi passi.

Ancora oggi, di quei capitoli autobiografici mi colpisce la dimensione errabonda, l’esperienza di un nomadismo morale, il segno di un’emigrazione intellettuale che caratterizza il passato di Sinisgalli e ce lo rende sicuramente figlio di una Lucania appenninica e profonda, ma che tuttavia guarda verso altre latitudini: Caserta, Benevento, Roma, Milano.

È questa la mappa geografica contenuta nel libro e sono luoghi che rivendicano una loro simbolica importanza. La Lucania è, infatti, il Giardino di Eden perduto e rincorso per tutta la vita.

Roma e Milano si contendono una sorta di primato: dove Sinisgalli è vissuto meglio, una volta aver dato le spalle a Montemurro? Ho sempre pensato che tra le due la palma della vittoria spettasse a Milano. Roma certo rappresenta la città degli studi universitari e delle prime esperienze artistiche, condivise sia con i pittori della “scuola di via Cavour” (Scipione, Mario Mafai, Antonietta Raphaël), sia con i poeti Giuseppe Ungaretti, Libero De Libero, Giorgio Vigolo.

Milano, però, è l’habitat ideale per l’intelligenza di Sinisgalli, perché è la città in cui mettere a fuoco il progetto di una cultura segnata dal dialogo tra i linguaggi, proiettata cioè verso quella particolare dimensione politecnica, che individuava in Leonardo da Vinci il modello.

È un dato ormai noto la ragnatela di rapporti con gli ambienti milanesi lungo i decenni che accompagnano l’Italia dagli anni fra le due guerre fino al periodo successivo al boom economico. Ed è altrettanto indubitabile quanto Sinisgalli abbia attinto da questa officina milanese e abbia restituito in termini di creatività e originalità. Basterebbe elencare i nomi degli amici e dei luoghi frequentati, le iniziative editoriali che lo hanno visto coinvolto, i mensili a cui ha collaborato, le aziende con cui ha lavorato.

Non c’è dubbio che questa civiltà abbia significato il primo contatto con quel mondo in cui egli avrebbe condiviso non solo la fatica operaia, ma anche l’ambizione della tecnologia.

Però non dobbiamo dimenticare che qualcosa della sua Lucania sopravvisse nell’impatto con la modernità e fu il ricordo del lavoro artigiano – di fabbri, falegnami, sarti – che idealmente diede alla produzione standard la forza di una utopia, cioè di un equilibrio fra estro e precisione, taylorismo e qualità artistica del prodotto. Ma in quella Milano leonardesca e cartesiana Sinisgalli non respira solo l’aria delle periferie dove suonavano le sirene della Lips-Vago. Le testimonianze scritte assumono carattere mitologico, esprimono un qualcosa di eccezionale e di epico che prende corpo proprio dall’immagine di una città nebbiosa e fredda, ma non ostile e inospitale. Ben presto infatti trapela il volto di una città dedita freneticamente alle catene di montaggio e ai commerci, disposta a mostrarsi nel suo aspetto luminescente, quale crocevia dove convergono le nuove generazioni di talenti e trovano asilo le tendenze europee d’avanguardia. Io credo che pochi intellettuali nel Novecento abbiano inseguito l’enigma della modernità come Sinisgalli e credo anche che egli in questa città abbia sfiorato l’ebbrezza del progresso non come frattura rispetto alla civiltà della natura, ma a completamento di essa, a parziale risarcimento della solitudine in cui ogni individuo si è trovato a vivere dopo aver abbandonato per sempre la soglia di casa. Il mito del paradiso perduto aveva trovato una specie di surrogato per continuare a vivere non in forma di disperazione e di tragedia.

Milano non sarebbe mai potuta diventare una nuova Montemurro, ma era pur sempre una meta ideale, la terra dell’intelligenza che conviveva con la terra della memoria. Questo riuscivo a capire, seguendo Sinisgalli nei percorsi cittadini. E senza volerlo, appropriandomi anch’io delle sue certezze, ne condividevo il suo destino.


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Giuseppe Lupo
Scrittore, docente all’Università Cattolica di Milano e Brescia.
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