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Civiltà Appennino

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Dai margini della storia al futuro, montanari e montagne in cammino

Di Carlo Grande


 

Montanaro, cittadino, vacanziere, turista, villeggiante, il discorso sulla montagna e sulle terre alte, delle Alpi o dell’Appennino, si allarga, è un “hot case”, vitale per l’Italia e non solo. Se ne accorge
Hollywood, con un film come “Minari”, prodotto da Brad Pitt, regia di Lee Isaac Chung e Oscar alla migliore attrice non protagonista, la bravissima Yu Jung-Youn.

Film glocal, profondamente americano e internazionale, localissimo: dialoghi in coreano, regista americano, “location” in Arkansas e Oklahoma. Siamo negli Ottanta, presidenza Reagan, in uno sperduto sobborgo rurale dell’Arkansas approda dalla California la famiglia Yi con l’idea di coltivare verdure che i connazionali coreano-americani faticano a procurarsi. È il sogno della famiglia, dell’emigrazione, l’American dream. Ci sono un bambino piccolo David, 7 anni, che ha un soffio al cuore. La sorellina è saggia e taciturna, la madre insofferente, il padre cocciuto, con le mani sporche di terra, ostinato come tutti i contadini, segnati dalla vocazione.

“Minari” è il nome di un ortaggio simile al prezzemolo e onnipresente in Corea. Sarà anche politicamente corretto e un po’ zuccheroso, un po’ “mélo”, ma la storia segnala in sostanza come riciclarsi, reinventarsi, radicarsi e resistere, da quando l’American Dream, con Trump, è diventato un incubo – noi rischiamo lo stesso, con la destra intollerante e il bieco sovranismo – perché anche Biden sull’americanità non scherza (e fa bene) dicendo al G7 “Non cerchiamo lo scontro, ma risponderemo a qualunque atto ostile”. Bella frase, la metterei nella mia “dévise”, ne avessi una.

Sta a vedere che il cittadino del futuro sarà rurale, sarà montanaro: “metromontano” o montadino, volendoci divertire coi nomi, o cittadista (mezzo cittadino e mezzo turista), o “monturbanizzato”
insomma fa già parte della città allargata, perché ormai, non esiste più soltanto una città che domina il territorio, ma la montagna entra a far parte della città, allo stesso modo in cui è auspicabile una metropoli innervata dalla natura.

Parla di queste cose un libro che si intitola “Urbano montano” (Franco Angeli), nel quale Federica Corrado, professore associato in Tecnica e pianificazione urbanistica al Politecnico di Torino, ha coniato con altri studiosi e ricercatori il termine “metromontano”. Corrado, co-fondatrice nel 2009 dell’Associazione Dislivelli, di cui è responsabile per il settore Ricerca, coordina una serie di contributi illuminanti per comprendere e favorire l’idea di futuro: al di là di favoleggiamenti e stereotipi (la giovane laureata che decide di fare la pastora, cliché estetico-cartoonistico piuttosto in voga, oppure quello epico del pastore fra le nebbie che combatte con i lupi, o il cittadino
alle prese con l’acqua in stile “Jean de Florette”, peraltro gran bel film), dice che nella realtà le distanze si ridurranno, ci sarà ibridazione socio-economica, più dialogo economico e culturale, scambio di valori e vantaggi reciproci. Gli esempi non mancano, nel libro e in tutta Italia, dalla Valle di Susa e Val Cenischia all’Appennino, nel Centro e nel Sud della penisola.

Inciso: celebra la montagna come luogo del ri-abitare, proprio su “Dislivelli”, la notizia di Giacomo Pettenati che annuncia l’avvio nel 2022 dei corsi della Scuola Nazionale di Pastorizia, progetto fondamentale per innovare il sistema agropastorale di montagna, così come è avvenuto in Francia, ad esempio, e per far rinascere le comunità e l’economia locale. Che sarà sempre più “glocal”, come abbiamo visto, perché la montagna, le terre alte sono la spina dorsale d’Italia, producono territorio, relazioni tra le persone, animali, piante e paesaggi. La montagna produce qualità della vita, produce futuro.

La metro-montagna, dicevamo. Non è una visione antitetica a quella urbana. In Italia abbiamo dodici Città metropolitane che comprendono aree montane nei confini amministrativi e un’altra novantina di città importanti, tra capoluoghi di provincia (Trento, L’Aquila) e altri centri con più di 50.000 abitanti, che distano meno di 15 Km dal bordo di un’area montana.

Anche dal punto di vista storico, la dicotomia (o contrapposizione, per essere più semplici e farsi capire da tutti, cosa ormai fuori moda) tra montagna e città, svapora. L’antitesi era nata con gli antichi romani, e nel libro abbiamo gli esempi dell’antichissima Ur, la nascita stessa della città non significa accentramento; come a Gerico, nella piana del Giordano, in Palestina), il cui insediamento risale a 8350 a.C. e soprattutto Çatalhöiük (7200-6200 a.C.) in Anatolia, che “mostra come siano esistiti centri con forme di spazialità non centralizzate, inserite in reti di scambio a grande scala molto ampie e vitali, la cui vita appare contraddistinta da sorprendenti innovazioni economiche,
tecnologiche e artistiche e da una straordinaria creatività e innovazione, assimilabili certamente a quelle di una vita urbana”.

Similmente: nell’Alto medioevo crollarono i centri urbani romani e terme basiliche teatri e fori vengono rinaturalizzati, assunsero altre funzioni… Percorso inverso. Come affermano Le Goff e Montanari, mentre la cultura romana identificava la nozione di civiltà con quella di città e vedeva la foresta come uno spazio selvaggio – quasi una sorta di anti città – l’alto Medioevo inventa una “nuova nozione di foresta, pienamente inserita nel sistema dei valori produttivi e simbolici, compatibile con le idee di cultura, di civiltà, di città”.

Insomma, penso si dovrebbe davvero, finalmente, cominciare a cambiare sguardo, coltivare un nuovo “green think”, a capire che la montagna e la natura cambiano e cambiamo anche noi, sotto i colpi della pandemia e della globalizzazione sfrenata. Abbiamo bisogno di un nuovo modo di
vivere e di vedere il mondo, locale e globale nello stesso tempo.
Verrebbe da citare Rabelais, che mescola “alto” e “basso”, e di fare anche un discorso antropologico, per capire che il killer della montagna è lo stesso merendero o super manager che considera la montagna un “killer”, quando qualcuno cade e si fa male salendo in ciabatte; magari
è lo stesso che si intossica di gialli e di “crime” in tv per riempire gli schemi inerti della sua esistenza, delle nostre esistenze ormai emotivamente svuotate, sature di pseudo-libri e pseudo-film e pseudo serie tv perché l’immaginario è colonizzato.

Certo, la montagna è contraddizione come l’esistenza, è varietà, è tutto meno che una monocultura globalizzata e intossicante. È uno stato mentale che in definitiva gli iper-urbanizzati non vogliono o non si riescono a ottenere, patologicamente intossicati da adrenaline da bassopiano, da sterili e immobilizzanti velocità analogiche.

Per questo il discorso è anche politico: montagne e montanari sono stati da sempre classi subordinate e oggi le montagne sono frontiera e valico per migranti. Le specificità della provincia italiana sono un antidoto contro la globalizzazione selvaggia e di qui deve ripartire l’Italia: gli abitanti delle aree periferiche possono e devono diventare la cittadinanza modello del futuro.


credits foto copertina di Free-Photos da Pixabay

Carlo Grande
Carlo Grande, torinese, è scrittore e sceneggiatore, giornalista per «La Stampa».
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