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Civiltà Appennino

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Torna a scuola, Appennino!

di Piero Lacorazza


 

L’impatto della pandemia sulla scuola è stato tremendo. È tremendo. Le ricadute sono ancora tutte da decifrare ma l’effetto rimbalzo per i prossimi anni sembra non stimolare, ancora, un’adeguata analisi su cui basare il futuro della scuola, senza gli aggettivi “nuova” e “buona”.

Un dibattito che da queste pagine proviamo ad alimentare costantemente cercando vari spunti e contributi, come un articolo che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi e che vi invito a leggere (“La scuola, le aree svantaggiate e il digitale”).

Accarezzando la banalizzazione mi pare di poter dire che la pandemia non ha risolto i problemi che c’erano, in particolare i divari; le disuguaglianze incrostate tra ceti sociali e territori si sommano e si moltiplicano con effetti permanenti sui giovani di oggi e la società di domani. In dieci anni tra il 2009 e il 2019 i ragazzi “inattivi” (Neet) tra i 20 e 24 anni sono cresciuti di quattro punti percentuali passando dal 25% al 29%, posizionando l’Italia tra i paesi peggiori al mondo. Questa fascia d’età è la più prossima alla frequenza delle scuole medie superiori. Il 2020 è stato l’anno dell’inizio della pandemia; vi lascio immaginare.

È necessaria una terapia d’urto, ad esempio, sulle cosiddette “transizioni”: quale rapporto tra Istituti Secondari Superiori e mercato del lavoro? Chi è dentro questa transizione subisce più volte gli impatti della pandemia. Non è neanche da sottovalutare la transizione verso gli studi universitari poiché l’insuccesso e l’abbandono potrebbero essere spostati nel tempo.
Circa dieci studenti su cento, nella prima chiusura del 2020, non sono stati raggiunti dalla DAD, gran parte dei quali in aree interne. E ancora titola La Repubblica nei giorni scorsi: “I dispersi della DAD. Quei 200 ragazzi in fuga dalla scuola“.

Lo so, c’è stata una generazione di studenti dispersi durante le guerre mondiali e l’Italia non è andata così a rotoli. Ma nel secondo dopoguerra, in particolare, la ricostruzione e il boom economico hanno “esteso” le opportunità in una condizione nella quale prevaleva la dimensione nazionale e si partiva anche da generazioni precedenti poco o scarsamente scolarizzate.

“… Del resto mia cara di che si stupisce? Anche l’operaio vuole il figlio dottore…Contessa…” cantava qualche anno dopo Francesco Guccini.
È profondamente cambiato il contesto, l’aspettativa per i propri figli e le variabili dello spazio e del tempo sono la causa principale del litigio tra umanesimo e scienza.

E sugli impatti di questa pandemia si deve riflettere per compiere scelte adeguate per la scuola, tanto per “recuperare” il passo perduto – sapendo che il passo non si presentava tra i migliori – quanto per provare a determinarne un vero “ascensore” sociale.

Questa già problematica condizione generale va calata nell’aree interne del Paese, in una buona parte del territorio italiano e per circa un terzo dei nostri concittadini, se stiamo alla classificazione dei “vuoti” e “semivuoti” di Domenico Cersosimo, Antonella Rita Ferrara e Rosanna Nisticò in Riabitare l’Italia (Donzelli, 2018). Credo, inoltre, che non ci sia molto tempo per un’analisi che consenta di assorbire nell’immediato l’ulteriore colpo dato dalla pandemia alle fragilità delle aree interne, montane, appenniniche.

L’emorragia va fermata ora, prima che cada a terra il corpo esangue ed inutili, se non addirittura dannose, possano rivelarsi le trasfusioni di programmazioni speciali, PNRR incluso.
E credo che alcune scelte andrebbero fatte a partire da quest’anno: rendere più duttili i parametri – DPR del 20 marzo 2009, n. 81 – per la definizione degli organici a seconda della densità di popolazione, convocare Regioni ed Enti Locali e definire un contesto normativo o d’indirizzo che consenta di mettere mano a nuovi piani per il dimensionamento e la programmazione dell’offerta scolastica. Insomma mentre si studia il vaccino servono misure di contrasto per evitare che un altro virus pieghi più velocemente l’Italia verso le città e la pianura. Un peso non sostenibile, in breve tempo, per le già note criticità che vivono i nostri contesti urbani.

Con in testa la qualità, e il tentativo massimo di preservarla, proviamo a differenziare parametri ed organizzazione scolastica tra città ed aree interne. Possiamo scegliere di farlo per un triennio. Non fare nulla equivale ad una scelta: morte per dissanguamento.
È chiaro che analoga valutazione andrebbe fatta su sanità e mobilità. Ma la scuola è un pilastro centrale ed assume un valore prospettico oggettivo.

In questi giorni mentre riflettevo su questi argomenti, consolidando ed arricchendo valutazioni per le quali da anni mi impegno, ho incrociato un caso abbastanza particolare, quasi paradigmatico di come la trappola dei parametri non aiuti scelte anche coraggiose e virtuose in aree interne.
Rapone e Ruvo del Monte, due piccoli comuni dell’Appennino lucano, provano a mettere insieme le loro scuole. Due scuole di due paesi si fonderebbero e per mantenere viva la presenza in ciascun comune a Ruvo del Monte si ubicherebbe la “primaria” e Rapone la “secondaria di primo grado”.

Facciamo un passo indietro. Se nulla dovesse accadere per l’anno scolastico 2021/2022 la situazione della scuola primaria sarebbe questa: a Rapone si avrebbero nella primaria due pluriclassi ( una di prima, seconda e terza, l’altra di quarta e quinta) e a Ruvo del Monte tre classi di cui due pluriclassi (prima e seconda – terza singola – quarta e quinta).
La decisione dei sindaci spinta dal desiderio di evitare le pluriclassi – a Rapone tre anni in uno – sarebbe di unificare le scuole. E qui viene il bello.  Le classi di un’unica scuola primaria sarebbero costituite da un numero di bambini: 8 in prima, 7 in seconda, 14 in terza, 13 in quarta e 10 in quinta. Per un totale di cinque classi. Ma per una classe il minimo è 9 bambini, quindi prima e seconda devono costituire comunque una pluriclasse. È un parametro; poteva essere 8 o 10, da qualche parte avrebbe determinato qualche squilibrio. Ma conviene ai due comuni profondere uno sforzo economico e sociale di questa portata se non si può raggiungere l’obiettivo che ha generato l’iniziativa?

La normativa di riferimento è il DPR 20 marzo 2009 n. 81. Dal 2009 ad oggi c’è stata la Strategia Nazionale per le Aree Interne e il Covid-19; due punti estremi del passaggio dal riconoscimento “speciale” di territori marginali allo sconvolgimento totale.
Nel caso sopracitato non “premiare” la scelta corre il rischio di generare ancora più problemi poiché potremmo avere una permanenza della situazione attuale – ognuno a scuola nel proprio comune – fino alla chiusura definitiva comunque dei plessi, molto prima che il PNRR avrà dispiegato i suoi effetti. Avere parametri più duttili che nel prossimo triennio fermino l’emorragia non penso –  con il sostegno di adeguate politiche scolastiche e “sociali” – peggiorerebbe i dati OCSE PISA. Penso, azzardando una previsione, che il permanere della situazione attuale potrebbe generare ulteriori danni per la matematica e l’italiano, per la lettura e per il processo di crescita dei bambini e delle bambine.

Questo caso mi serve per rompere anche un certo velo di ipocrisia e superficialità, inconsapevolezza e ignoranza con la quale si è parlato sin dall’inizio della pandemia – e si continua imperterriti – di scuola, sanità, trasporti, aree interne, borghi, etc.
Se solo “scendessimo” a questo livello di valutazione e di concretezza potremmo, con uno sguardo d’insieme e rispettoso di standard di qualità, ragionare sul come rendere esigibili diritti di cittadinanza senza i quali corre il rischio di esserci sempre meno vita in questi luoghi.
Mentre il medico studia, il malato muore. La scuola nelle aree interne è in “intensiva”: prima del vaccino è necessaria la cura, altrimenti Appennino a scuola non torna più!

Piero Lacorazza
Direttore Fondazion Appennno Direttore responsabile www.civiltaappennino.it
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