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Civiltà Appennino

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La sostenibilità rigenerativa. Senza false frontiere

Il mio mondo e la mia felicità, se non li allargo, si stringono: l’esperienza di prosperità inclusiva e di rigeneratività sulle montagne di DoiTung in Thailandia

 di Sandro Calvani


 

Nell’osservare l’esperienza di transizione ecologica delle comunità montane di DoiTung in Thailandia, al centro del famigerato Triangolo d’Oro, ho visto la caratteristica olistica e poliedrica di una “thrivable livelihood”, (comunità di vita prospera, inclusiva e sostenibile) davvero autentica.

Secondo la teoria del campo sociologico di Kurt Lewin (1890-1947), la questione di partenza dei rapporti nel territorio è il rapporto di interdipendenza dinamica tra l’individuo e l’ambiente. Si può analizzarlo sinteticamente nei termini delle seguenti equazioni:

C = f(SpV)        e        SpV = f(PA)

vale a dire, il comportamento (C) è funzione dello spazo di vita (SpV), a sua volta funzione della interazione tra la persona (P) e l’ambiente (A).

Lewin assume una posizione mediana tra gli opposti schieramenti in cui si dividevano sia gli psicologi che i sociologi suoi contemporanei: quello ambientalista, che vede l’agire dell’individuo come funzione dell’ambiente:

C = f(A)

e quello individualista/psicologistico, per il quale C = f(P), vale a dire che l’agire va visto interamente come funzione della persona. La risposta che ci fornisce la teoria del campo è che l’individuo e l’ambiente si definiscono e si integrano reciprocamente nell’ambito totale del loro vivere insieme[1].

In questa visione di Lewin, che ho visto realizzarsi pienamente nei villaggi attorno a DoiTung, l’insieme di diritti e doveri del pianeta, della gente, del profitto e della prosperità e delle loro alleanze non crea una sfera di uguaglianze ove scompaiono le differenze, ma piuttosto celebra la variabilità delle aspirazioni e delle competenze di ciascuno per realizzare un mosaico con tessere tutte diverse ma collegate armonicamente in un disegno comune chiaro.

Nel dibattito contemporaneo di analisi delle sfide del cambio d’epoca, la sostenibilità viene spesso interpretata e praticata nel settore economico, sociale e ambientale come un esercizio di efficienza. In altre parole, un approccio adattativo e non dirompente al cambiamento cerca e mette in atto dei meccanismi di trasformazione che consentono una riduzione dei danni causati da un uso eccessivo delle risorse.

La prosperità inclusiva invece non solo richiede una comprensione più olistica dei rischi dei sistemi non sostenibili, ma anche impone di integrare la progettazione e la messa in pratica della transizione in unica visione d’insieme.

Semplificando un po’, potremmo dire che la sostenibilità “cura” società e economie malate di sfruttamento e di disuguaglianza, mentre la prosperità inclusiva lo fa in modo preventivo, impedendo che le società e le imprese si ammalino.

Invece di far solo attenzione a fare meno danni all’ambiente, è necessario imparare come rendere l’ambiente, la comunità umana e i suoi luoghi di convivenza co-protagonisti della trasformazione, utilizzando la salute dei sistemi ecologici come base per la progettazione della prosperità inclusiva. Il passaggio da un modello di sistema frammentato a un sistema olistico è anche un salto culturale non facile ma necessario che la società dei consumi cui siamo abituati e della quale molti sono divenuti dipendenti deve compiere.

Come in una corsa atletica sono molto importanti i blocchi di partenza cui appoggiarsi per darsi lo scatto iniziale: essi sono la definizione e la comprensione in modo integrato delle interrelazioni dei sistemi viventi. Ancora, come gli atleti al momento dello sparo che dà il via alla corsa, bisogna essere concentratissimi sul come muoviamo i nostri piedi e le nostre mani, ma mantenendo sempre uno sguardo che guarda lontano.

Un approccio basato sul luogo specifico di vita è un modo per raggiungere questa comprensione. Il processo di progettazione della prosperità inclusiva inizia cercando di capire come funzionano i sistemi vitali in ogni luogo specifico. Il ruolo del progettista di transizione ecologica è creare un intero sistema di relazioni reciprocamente vantaggiose tra tutte le componenti della prosperità inclusiva di un territorio. In tal modo, il potenziale per la progettazione olistica va ben oltre la conservazione delle risorse e dell’ambiente e si focalizza sul rigenerare la salute di tutto il sistema vitale, oltre che la nostra stessa salute mentale e quella di tutta la comunità.

Dunque, possiamo concludere che il cambio di mentalità delle comunità montane di DoiTung circa la fattibilità della prosperità inclusiva nel loro territorio, non è stato una semplice trasformazione economica o sociale del loro sistema vivente, come molti interpretano lo sviluppo sostenibile. Quel che si è prima percepito, poi realizzato e verificato, è stata invece una vera e propria autopoiesi, un processo attraverso il quale un sistema complesso può emergere dal caos di molteplici interventi scoordinati, scoprendo e creando invece condizioni di autocoscienza e consapevolezza di sé.

Estrapolando con un po’ di impertinenza la teoria freudiana dell’inconscio per applicarla a un’intera comunitá, potremmo dire che essa ha potuto intravvedere gli impulsi di ciascuno, che sfuggono alla ragione e condizionano i comportamenti di ogni individuo senza che lui se ne renda conto, per orientarli invece verso il bene comune, per fare diventare realtà quella prosperità inclusiva che era nei sogni di tutti.

Ogni individuo ha superato le frontiere del proprio egoismo e delle sue aspirazioni che lo restringevano a una ricerca della felicità fondata sull’io. Tutti si sono invece aperti a diverse forme di collaborazione fondate su un noi ricco di valori, allargato agli altri sistemi viventi, alla comunità nazionale e al mondo intero[2].

 


 

[1] Tratto liberamente da: Enrico Cheli, “Olismo, la scienza del futuro. Verso una comunità ecologica, pacifica e consapevole”, Xenia Edizioni, 2010.

[2] Tratto liberamente da: Sandro Calvani, “Senza false frontiere, umanesimo e voglia di fratellanza”, Editrice Ave, Aprile 2021.

Sandro Calvani
Diplomatico, internazionalista, scrittore, docente e ricercatore su prosperità inclusiva e diritti umani.  Vive e lavora a Bangkok, Thailandia.
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