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Civiltà Appennino

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L’Appennino intorno ai falò

La tradizione dei “fuochi” accomuna tutta la penisola. Il rito dei Falò di San Giuseppe nell’Appennino meridionale

di Tonino Cuccaro


 

L’usanza dei fuochi affonda le sue radici nella notte dei tempi e fin da epoca pre-romana simboleggia, con l’avvicinarsi dell’equinozio primaverile, la luce in fondo al tunnel del buio invernale, come garantito dal progressivo allungarsi delle giornate. L’arrivo della primavera restituisce alle giornate una durata di luce accettabile per potersi dedicare ai lavori agricoli con maggiore tempo e fiducia, come richiesto dall’avanzare della vegetazione, man mano sempre più prorompente e tumultuosa. L’equinozio di primavera restituisce la parità notte/giorno, con la prospettiva di inversione del rapporto a beneficio del giorno, completando quel recupero iniziato il 3 febbraio (S. Biagio) che, a sua volta, circoscrive il periodo centrale e più buio dell’inverno iniziato l’11 novembre (S. Martino). Un vecchio adagio recita: a Sandu Bbiàsu lu sólu a li mangósi tràsë, alias: ‘il 3 febbraio il sole torna a fare visita ai luoghi esposti a nord’. A tal proposito, ricordiamo che l’abitato di Maratea ha una perfetta esposizione a nord: bene, i marateoti hanno scelto come patrono della città proprio San Biagio!

Sparsi in diverse aree della penisola, in questo e in altri periodi dell’anno, tradizioni e riti simbolici, a sfondo religioso o propiziatorio legati al fuoco, nelle sue molteplici e diverse rappresentazioni, li ritroviamo diffusi in tutte le regioni. Tuttavia, molti di questi riti sono legati ad altre ricorrenze, come S. Antonio Abate (16/17 gennaio), le festività di fine anno, il solstizio d’estate (21 giugno). A queste ultime tipologie, prevalentemente, si legano i riti ricadenti nelle regioni del nord Italia, pur con qualche eccezione rivolta a S. Giuseppe, come Castelleone (Lombardia) e Val d’Ossola (Piemonte).

Tra i falò inerenti alla festa di S. Antonio Abate, è da segnalare, in particolare, quello di Trivigno (16 gennaio): unico, immenso, imponente. Un enorme impalcato fatto con tronchi di cerro, disposti circolarmente in forma tronco-conica, con l’aspetto di un ‘nuraghe’, alto diversi metri e che, alimentato all’interno da tanta legna, arde per ore ed ore, cedendo alla forza devastante del fuoco solo a tarda notte, quando comincia l’inevitabile e graduale implosione.

Discorso assai singolare merita la tradizionale uglia di Pignola, consistente in una effige lignea della Vergine a forma di guglia, e che allestita in prossimità della festa di S. Maria degli Angeli (maggio) si replica a distanza di due settimane. Diversi falò vengono predisposti e alimentati in più punti del paese, che impediscono la sede stradale e, man mano che il fuoco comincia ad abbassarsi, squadre di portatori si alternano nel reggere a spalla la uglia, seguiti da provviste di vino e da una banda musicale, che deve suonare incessantemente fino alle prime luci dell’alba. Giunti in prossimità del fuoco i portatori con la uglia devono attraversarlo, o meglio saltarlo, scegliendo il punto e il tempo adatto. La scelta del momento migliore per il salto simultaneo sui carboni ardenti del falò dà luogo a un balletto molto originale e, forse, unico, con spostamenti sincroni e repentini dei portatori carichi dell’effige, vere acrobazie. La scena si ripete più volte e attraverso i diversi falò, fino all’albeggiare.

Per questa singolare e importante tradizione, sotto il profilo storico-sociale, di Pignola, si rimanda a quanto scritto in merito da ricercatori e cultori della tradizione locale, quali Sebastiano Rizza, Giulio Stolfi, Vincenzo Ferretti; in particolare si consiglia www.digilander.libero.it.

Fatte salve le similari tradizioni dell’Europa transalpina, tra cui ricordiamo i proverbiali fuochi di S. Giuseppe a Valencia (Spagna), solo a partire dal Passo di Cadibona e seguendo le aree attraversate dalla sinuosa e lunga catena appenninica (1.200 km ca.) i fuochi o falò di S. Giuseppe, dunque quelli che segnano l’approssimarsi della primavera, si segnalano per maggiore diffusione e concentrazione territoriale, senza soluzione di continuità geografica. A partire dalla Liguria (S. Margherita L., Balestrino), proseguendo per l’Emilia R. (Val di Trebbia, Bobbio), la Toscana (Pitigliano, Greve in Chianti), l’Umbria (Gubbio), le Marche (Macerata), il Lazio (Itri, Ciociaria), l’Abruzzo (Fara Filiorum Petri), il Molise (Venafro), la Campania (Irpinia, Ariano I., Vallesaccarda, Eboli), la Puglia (Alberona, Mattinata, Monte Sant’Angelo, Casalvecchio di Puglia, Troia, Locorotondo, Monopoli, Turi, Palese, Lizzano, Mottola, San Marzano, Bovino, Faeto, Serracapriola, Santeramo in Colle, Bari-Torre a Mare, Taranto), la Calabria (Cirò, Cirò Marina, Spezzano A., Orsomarso), la Sicilia (Vampe di S. Giuseppe in numerose città) e, ovviamente, la Basilicata con: Castelluccio Inferiore, Marsico Nuovo, Gallicchio, Ferrandina, Montescaglioso, Filiano, San Martino d’Agri, Matera, Ruvo del Monte, Tursi, Atella, Carbone, S. Giorgio L., Venosa e Tito. Fra queste località si osservano differenti soluzioni temporali tra chi celebra la tradizione la sera della vigilia e chi la sera della festività. Diversamente si presentano questi riti anche sotto il profilo della dinamica organizzativa e distributiva dei falò: in alcuni casi si allestisce un unico grande falò che accentra l’attenzione e l’interesse degli organizzatori, dell’intera comunità e dei visitors, mentre in altri si è soliti accendere diversi falò su base rionale, distribuendo intorno a questi le varie squadre operative e il pubblico pressoché di contrada.

Proprio dei tradizionali falò di S. Giuseppe (18 marzo) di Tito vogliamo ripercorrerne caratteristiche, peculiarità e aneddoti.

Il viaggiatore che, nottetempo, provenisse dalla Val d’Agri, Brienza, Satriano L., percorrendo la vecchia ss. 95 o la nuova Variante ssv, una volta superato il valico della Torre di Satriano (m. 855), s’imbatte in una veduta, a prima vista, a dir poco raccapricciante, degna di omeriche reminiscenze ed iliaci richiami: il cavallo di legno con la sua pattuglia di incendiari è penetrato nell’abitato bruciando tutto. Un paese praticamente in fiamme e la tentazione di chiamare immediatamente il 115 è forte!

A chi invece provenisse dal lato opposto, vale a dire da Potenza-Tito Scalo, la sorpresa risulta ancor più sconvolgente. Scendendo lungo il tratto iniziale della ss. 95 si giunge all’ingresso del paese senza preventiva vista sull’abitato. In pratica ci si trova immersi in bagliori improvvisi e lapilli di cenere che indirizzano la suggestiva fantasia verso l’orribilità vesuviana del 79 d.C.!

Qui la tradizione intende festeggiare, con l’accensione di giganteschi falò, la fine dell’inverno e l’imminente sopraggiungere della primavera, bruciando con l’eccedente fascina delle potature (vigneti, uliveti, alberi da frutta, etc.) anche tutti i timori e le ansie di una comunità provata dai lunghi mesi invernali, spesso dispensatori di nevicate abbondanti e insidiose gelate.

Il rito dei falò sarebbe, al tempo stesso:

– di devozione a S. Giuseppe, forse il santo più paternamente rassicurante tra le schiere celesti e, per   questo, prescelto per traghettare tutti dalla buia e fredda invernata verso la luminosa e tiepida bella stagione,

– apotropaico, per tenere lontane le insidie, soprattutto meteorologiche, incombenti sulla fragile agricoltura,

– di provvidenziale smaltimento di un materiale di risulta che talvolta diventa ingombrante.

A Tito si è consolidata nel tempo l’usanza di allestire e accendere numerosi falò rionali: normalmente almeno una decina ma, con l’espandersi delle nuove aree residenziali intorno all’abitato storico, si giunge anche a quindici fuochi, recentemente orchestrati in un vero e proprio ‘palio dё li fùoγi’, con apposita giuria e premiazione del falò più rappresentativo e duraturo e, comunque, mantenendo sempre elevato il livello di competizione. La serata è quella del 18 marzo, vigilia di S. Giuseppe.

Scavallando sull’attuale rappresentazione di questa tradizionale ricorrenza, che, per tante ragioni, logistiche, produttive e sociali, non ultima quella della problematica individuazione della società contadina ormai in rapida dissoluzione, deve necessariamente adeguarsi e reinventarsi per sopravvivere, è mio scopo essenziale offrire un ricordo, di mezzo secolo o forse più, quando ancora si poteva contare su un consolidato impianto sociale e produttivo legato alla terra, alla coltivazione della vite, dell’ulivo e alle attività connesse.

Come di consuetudine, si utilizzava molta fascina derivante dai sarmenti della potatura delle vigne (che qui erano notevoli!) e insieme si bruciavano i rami della potatura degli ulivi e molte ginestre di cui il territorio beneficia in abbondanza.

I ragazzi raccoglievano il materiale da bruciare con escursioni campestri pomeridiane, cominciando almeno un mese prima del fatidico giorno, dopo aver assolto frettolosamente i propri compiti scolastici (sic!), setacciando le campagne, soprattutto vigneti, uliveti e gёnёstrìli (Terreni incolti coperti da piante di ginestre, utili in agricoltura per la legatura dei tralci giovani delle viti e per formare delle ramazze utili in campagna).

I coltivatori, man mano che potavano viti, ulivi e ginestre, ammonticchiavano ai bordi del terreno, in prossimità delle strade interpoderali, la fascina da conferire per il falò di S. Giuseppe. Quindi i ragazzi, muniti di carretti costruiti con ruote riciclate o cuscinetti, caricavano e trasportavano al proprio rione il materiale da bruciare, sistemandolo in un angolo del piazzale prestabilito per il fuoco, formando una mèta. Talvolta l’accumulo della fascina superava in altezza le case più basse (quelle a 1 piano). Coloro che coltivavano vigna e ulivi parecchio lontano dall’abitato caricavano la fascina su asini e muli per scaricarla nel rione di appartenenza, dando così man forte ai ragazzi, soprattutto negli ultimi giorni della raccolta. Era considerato quasi un disonore per l’intero rione approssimarsi alla sera del diciotto con una mèta (affastellamento della fascina) da bruciare che non si notasse da lontano per consistenza e altezza.

Nelle ultime notti precedenti il diciotto si organizzavano vere e proprie ronde di vigilanza da parte dei ragazzi, perché spesso bisognava scongiurare prelievi fraudolenti di fascina già pronta per il falò da parte di ragazzi concorrenti dei rioni limitrofi e la mattina era facile constatare il risultato dei travasi notturni da un rione all’altro. Succedeva spesso che tra i ragazzi dei rioni rivali finisse in parapiglia, con vere e proprie scazzottate. Allora toccava agli adulti intervenire per ristabilire la tranquillità, magari promettendo ai prodi adolescenti qualche sàrma (carico per bestia da soma) serale di rinforzo per recuperare la fascina sottratta.

Tuttavia, pur si giungeva alla sera del 18 marzo e, verso l’imbrunire, con il rientro degli adulti dalle campagne, si allestiva la castёllàna (così detta perché richiama la forma turrita dei castelli) con la legna consegnata esattamente quella sera e non prima (il rischio era che finisse altrove anche quella)!

Sicché, dopo la frugale cena, verso le 20/21, alla presenza di quasi tutti i residenti del rione (alcuni avevano il privilegio di godersi lo spettacolo dal balcone, altri dovevano sottostare alla sventura di trovarsi con finestre e balconi contro vento per cui gli si riempiva la casa di fumo!) si procedeva all’accensione dei falò. Si cercava di temporeggiare, magari aspettando che i rioni concorrenti l’avessero già acceso da un poco, soprattutto se non si disponeva di ‘combustibile’ a iosa e si voleva prolungare il fuoco fino a notte inoltrata.

Il falò iniziale si alimentava in una impalcatura fatta di legna lunga, sacrificata alle scorte domestiche e conferita generosamente dai residenti del rione, montata a forma di parallelepipedo alto qualche metro e detto appunto castёllàna. All’interno e sopra la struttura si caricavano, inizialmente, soprattutto ginestre, come propellente per alimentare il fuoco, con il tipico scoppiettio e i nembi di fumo che richiamavano l’attenzione anche a distanza, e successivamente si continuavano a caricare sul falò avviato sarmenti, rami d’ulivi e ginestre promiscuamente.

Diventava motivo di particolare soddisfazione e vanto se il fuoco reggeva fino alle ore piccole della notte (almeno le 3 o le 4).

Intanto i ragazzi si organizzavano in piccoli gruppi e facevano visita agli altrui falò, a volte in modo palese (se i rapporti con i vicini erano buoni), talvolta di nascosto cercando un punto di osservazione senza essere scoperti dagli avversari. Scopo delle visite, spionaggi e controspionaggi era carpire astuzie e segreti per rendere più duraturo ed efficace il proprio falò.

Sicché, inesorabilmente, finiva la fascina da bruciare, prima o poi, e una grande brace prendeva posto nel centro del focolare per destinazione.

A quel punto molti facevano rientro nelle abitazioni ma i più resistenti si disponevano in cerchio, seduti o in piedi, intorno all’enorme ‘braciere’ e arrostivano le patate sotto la brace (gli inglesi le chiamano jacket potatoes), da degustare, magari con un po’ di sale, in compagnia e in armonia, innaffiate dal proverbiale ottimo vino locale! Il tutto messo a disposizione da chi più ne aveva. Canti e balli, tradizionali e non, accompagnati da qualche organetto o fisarmonica, proseguivano al tepore emanato dai tizzoni ardenti e dalla brace fino a giorno.

Alla pazienza e alla complicità degli addetti comunali al decoro ambientale, pur con qualche inevitabile imprecazione, si affidava, il giorno successivo, l’ultimo atto del rito appena consumato.

Ricordate quando il diciannove (S. Giuseppe) era festività civile, oltre che religiosa? Beh, allora, come day after, era per tutti più semplice.

Oggi ci accontentiamo, ahimè, di fare visita alla ‘galleria dei ricordi’ ma per il futuro… auspichiamo!


credits: foto di copertina di StockSnap da Pixabay

 

Tonino Cuccaro
coord. progetto www.galloitalico.org
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