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Civiltà Appennino

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Montagna e Appennino sono uno stato mentale

di Carlo Grande


 

Provo una lancinante nostalgia per i tempi in cui la gente salutava davanti all’ascensore o nell’androne di casa, rispondeva a lettere o messaggi telefonici, non ti finiva addosso per strada. Quando – ricordate? – si presentava con gentilezza e non ti scaricava addosso messaggi, come fa qualcuno sullo smartphone, senza nemmeno dire “ciao”, quasi si fosse una buca per le lettere.
Quando la gente, insomma, trattava i propri simili come persone.

Discorso sentimentale, passatista? Patetica nostalgia senile? Ci viene in soccorso, su Netflix, la docu-serie di Martin Scorsese “Fran Lebowitz – Una vita a New York”, nella quale la scrittrice e comica descrive quel che succede sui marciapiedi della metropoli: “Una volta, se qualcuno ti veniva incontro sulla stessa linea retta ti spostavi leggermente qualche metro prima e poi ci si evitava. È così che si arriva vivi a fine giornata. Oggi si va dritti” dice. Le conseguenze sono quelle che tutti possono immaginare, forse funziona come nel film “Crash. Contatto fisico” di Paul Haggis (bel film, tra l’altro), forse la gente ci viene addosso perché ha bisogno di un contatto fisico, il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti ha spiegato quanto siano importanti per la specie umana i neuroni specchio.
Chi cerca più empatia sa quanto montagna e provincia siano anche uno stato mentale.

Senza mitizzazioni (“Qualche assassino senza pretese l’abbiamo anche noi in paese” cantavano Brassens e De Andrè) sono nella media luoghi nei quali il riconoscimento interpersonale è maggiore, la vita è più slow, non viene richiesta un’insana quantità di adrenalina per qualsiasi attività.
Camminando in montagna, c’era l’abitudine di salutarsi. Si chiama educazione, cultura, da “colere”, coltivare. L’amico psicoterapeuta Luigi Zoja – già presidente dell’associazione che raggruppa gli analisti junghiani nel mondo – ha da tempo sottolineato come l’aumento dell’ansia (da “angst”, angustia, ristrettezza) abbia raggiunto livelli di psicopatologia di massa e si riverberi, nelle metropoli, anche sulla velocità – circa il 20% in più – della camminata.

Io mi sono innamorato della montagna molto presto, da bambino nelle foreste intorno a Bardonecchia e poi in valle d’Aosta e in valle Varaita, in area Occitana, e nel Monregalese. Adoro il Sud e l’Appennino, almeno quanto li amano Francesco Guccini e Rino Gaetano, Franco Arminio e Rocco Scotellaro. Non potrei mai vivere stabilmente in provincia – ormai l’imprinting urbano ha fatto il suo corso – ma ho bisogno di tornarci spesso, potrei dividermi, questo sì, fra città e campagna (per meglio dire: fra i viaggi nel mondo e la campagna) alternando esperienze psico-esistenziali. D’altra parte sono un camminatore, non uno scalatore, sono più vicino ai montanari, che le vette non le salgono ma ci vivono sotto. Di cime ne ho salite, ma frequento di più i valichi.

Il grido di dolore di Zoja – in pamphlet come “Giustizia e Bellezza”, in libri come “Il gesto di Ettore” – la rivoluzione del silenzio e della luce, del rallentare più che accelerare di un Franco Arminio (“Cedi la strada agli alberi”) possono confortare gli smarriti della modernità.
Dicono anche, tra le righe, che riabitare le terre vuote richiede un cambio di mentalità profondo, il rifiuto della disumana dittatura dell’adrenalina.
Per certi versi è il trionfo del brutto: “Il brutto è immorale – ha scritto Zoja – è una ferita all’anima imposta continuamente a chi non l’ha meritata, sotto forma di paesaggi deteriorati dalla deforestazione e dall’edilizia illegale, da un’architettura sciatta e utilitarista”. “In una città moderna – dice Zoja – il nostro occhio può infettare lentamente l’animo con sentimenti di piattezza, di innaturalità, di estraneità. Ci sono gli oggetti le cui forme non conservano più traccia del lavoro e dell’attenzione umana: siamo circondati da cose sempre più brutte, come sono quelle che non hanno mai conosciuto una mano, rifiuti di prodotti, ambienti masticati e sputati come bucce”. Tutto ciò crea “un’intossicazione psichica permanente, restringe l’esperienza, serra l’anima”.

La mancanza di bellezza, dice Zoja, genera una carestia senza precedenti, “colpisce non solo le classi lavoratrici, ma anche il ceto medio e gran parte delle élite”. Il nostro occhio dovrà andarla a cercare con pazienza, nei piccoli centri e nei piccoli episodi quotidiani, senza fretta. C’era bellezza nel violinista americano che ha suonato uno Stradivari nella metropolitana per un’ora: pagato di solito mille dollari al minuto, ha guadagnato 30 dollari. Il problema era la premura della gente. Uno dei massimi intossicatori del XX secolo è stato Marinetti, con i suoi inni alla velocità, al passo di corsa, allo schiaffo e al pugno. Purtroppo ha fatto molti proseliti. In fondo, la differenza tra una carezza e uno schiaffo è la velocità con la quale si muove la mano.

Bisogna abbassare il livello di adrenalina quotidiana e la ricerca strumentale di eccitazione, indispensabile alla società dei consumi: ha bisogno di ansia e di alzare i toni, per vendere. I consumatori migliori sono le persone insoddisfatte, bulimiche di “novità” (“NEW!” in ogni prodotto, ma non è detto che il nuovo sia sinonimo di “Meglio”), persone che trasferiscono sulle merci – anche le notizie lo sono – il compito di colmare le loro frustrazioni. Quelle stesse persone leggeranno più volentieri un articolo o un titolo che parla di “montagna killer”, di “orsi assassini” e “lupi efferati”, anche il proliferare dei gialli, lo spiegava già Nico Orengo parecchi anni fa, è significativo. Non voglio certo organizzare una crociata contro i generi narrativi, ci mancherebbe (un giallo non si nega a nessuno, ne sto scrivendo uno anch’io), vorrei semplicemente riflettere sulla necessità di una rieducazione profonda, culturale, di un cambiamento negli stili di vita individuali e collettivi e nel linguaggio, nei modi di parlare e di vivere, di pensare.

Valori della montagna e dell’Appennino sono anche il silenzio, la fatica, il senso del limite e la solidarietà. “Piccole virtù”, parafrasando Natalia Ginzburg, che se applicate con coerenza nella nostra iper-adrenalinica società industriale sarebbero rivoluzionarie.

Non dico che la montagna, il nostro Appennino e le nostre Alpi, siano “buone” di per sé, sia chiaro, che rendano necessariamente migliori. Ma penso che contengano più bellezza e salute, anche mentale. Il complesso di superiorità e il vampirismo dei leader politici e della gente che vive in pianura mettono a rischio l’esistenza di tutti: due quinti della popolazione mondiale dipendono dagli ecosistemi ambientali montani per l’acqua, l’energia, il legname, i minerali e il terriccio di superficie, quindi per gran parte del cibo.
Il disastro è avvenuto da tempo, occorre trovare nuove strade, anche concettuali.

Era scontato – diceva Nuto Revelli – che a pagare l’abbandono della montagna fosse anche la pianura. Anzi, soprattutto la pianura. Aver trasformato con superficialità migliaia di montanari, di specialisti della manutenzione del territorio, in operai generici, è stato un errore imperdonabile. Uno dei tanti errori dell’industrializzazione selvaggia.
Anche averli trasformati in consumatori alienati, che si rimpinzano di clip e pseudo-notizie ce ne vuole una al minuto. “La solita giornata storica” direbbe Altan.

Basta, per pietà. Anche le star di Hollywood lasciano lo smartphone a casa e mettono in borsa un Motorola da quattro soldi. Solo telefonate, “please”. Magari di gente che saluta e chiede: “Ciao, come stai?”. E aspetta la risposta.


Credits foto copertina
Foto di IndiraFoto da Pixabay

Carlo Grande
Giornalista e scrittore
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