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Civiltà Appennino

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Il suono dell’ombra

Racconto di Laura Bosio


 

Romano (a molti, durante la guerra, è capitato di chiamarsi così) aveva i colori e la consistenza dell’Umbria. Scuro, piccolo di statura, compatto come un tronco d’albero, con una macchia di capelli argentati – l’argento degli ulivi – che spennellava la parte alta della testa. Faceva il tassista sulla piazza, severa e chiara, di Città di Castello, ma era fuori posto vicino alla sua auto bianca, un contadino prestato ai motori che aveva sempre bisogno di ridere mentre aspettava con gli altri il nuovo cliente.

Un mio amico l’aveva mandato a prendermi alla stazione di Arezzo,  una sera. Ero arrivata troppo tardi per la corriera – i treni per Città di Castello sono un’avventura lunga e lenta – e per l’ora di strada che sale verso la collina, nel buio della macchina, avevamo parlato. Parlato del mio amico, naturalmente, un restauratore di quadri, siciliano trapiantato in Umbria e in tutto fuori dell’ordinario, che lui aveva definito con orgoglio “el mi’ maestro” e poi apostrofato con un’espressione locale alzando un pugno.

“Sa tante cose el mi’ maestro” aveva detto alterando le vocali, mentre attraversavamo un bosco acceso dai falò delle prostitute, “e ce capisce. Ma è un cozzo d’oppio…”.

“Che cos’è?!” gli avevo chiesto divertita.

E lui, ridendo con gli occhi nello specchietto retrovisore:

“Un acero dei campi, qui lo chiamiamo loppio. Quando scozzano i rami pe’ appoggiarci la vite, sul fusto si forma un nodo durissimo, più duro del cemento, non se riesce a tagliarlo nemmen con la scure”.

Il mio amico non guida e Romano era, non il suo autista, ma le sue ruote, le sue gambe, il suo compagno di viaggio nella regione dove aveva scelto di vivere. Gli piaceva stare con lui, sorprenderlo, provocarlo, finché Romano sollevava il pugno in aria e lo scuoteva piano, ridendo.

Vado almeno tre volte all’anno a trovare il mio amico, amo l’Umbria, come quasi tutto il centro dell’Italia dalle Marche al Molise. E amo Città di Castello, le case antiche, le vie laterali corte e chiuse sulle quali si aprono incantevoli porzioni di cielo, i “sacchi” di Burri a Palazzo Albizzini, prime commoventi intuizioni, il Cristo risorto in gloria del Rosso Fiorentino con ai piedi “le più strane cose del mondo” diceva il Vasari. Se c’è un luogo dove un’eco di Rinascimento si sente ancora credo sia proprio lì, in quelle regioni decentrate: civiltà e eleganza sono in molti angoli, in molti momenti della giornata, magari nascoste dietro una scorza ruvida.

Romano ci aveva portato in palazzi e cascine a vedere quadri da valutare, in chiese remote e in disfacimento a scoprire dipinti da tenere in vita. Me ne ricordo uno, in particolare, un’Annunciazione attribuita a Bartolomeo della Gatta. Nel Quattrocento Pietro di Antonio Dei, questo il suo nome, dipingeva tra Arezzo e Sansepolcro, era un monaco camaldolese, e uno sperimentatore nato.

L’Angelo atterrava sulla sinistra, gli abiti ancora in volo, davanti a una Madonna incerta, un po’ spaventata e un po’ curiosa, e proiettava sul pavimento a rombi una lunga ombra nera. In fondo, oltre un muro di mattoni rossi che delimitava l’hortus conclusus, si apriva un paesaggio di cipressi e torri. Dall’alto, la figuretta di un Dio barbuto accovacciato su una nuvola lanciava la colomba verso l’orecchio di Maria. C’è un’Annunciazione simile al Petit Palais di Avignone.

Romano aveva osservato in disparte, come faceva sempre, poi si era avvicinato e aveva detto: “Ma gli angeli fanno l’ombra?”.

Il mio amico era estasiato dall’osservazione, così aveva improvvisato per lui – entrava volentieri nella parte del maestro – una lezione sul tema dell’ombra. Per lasciarli alla loro intimità di fronte al dipinto, era andata a sedermi in fondo alla chiesa, su una delle panche sconnesse, verrebbe da dire in religioso silenzio se non fosse stato per la scanzonata seriosità del mio amico.

L’ombra, zona di oscurità provocata da un corpo opaco che intercetta la luce, aveva detto più o meno, è associata spesso all’idea di frescura. L’angelo un corpo opaco? In pittura serve a dare rilievo alle immagini. E fin qui… Ma nell’ombra, aveva proseguito il mio amico con gesti teatrali, si può tramare non visti, oppure  rimanere, oscurati da chi è più grande. All’ombra si vive, riparati dietro qualcuno tanto pazzo da mettersi in luce. Quando non siamo più carne né scheletro, le ombre, nostre compagne mute, abitano l’aldilà di cui continuiamo a fantasticare. Il timore di perdere l’ombra, aveva poi sentenziato, ma sottovoce, è universale. Nell’Arcadia del secondo secolo dove viaggiò Pausania, con sguardo di artista prima che di geografo, nessuno osava entrare nel tempio di Zeus Licio: si correva il rischio di perdere l’ombra, e di morire entro l’anno…

“El mi’ maestro” aveva concluso Romano incamminandosi verso l’uscita. Non sorrideva più, era pensieroso.

Una volta ci aveva accompagnati al Tevere, scuotendo la testa: “Maestro, nessuno più fa il bagno nel fiume, è sporco”, e ci aveva  guardato sguazzare in una pozza verde e scivolosa con un leggero disgusto. Però si era disteso insieme a noi su un sasso piatto, aveva tolto la camicia scoprendo una pelle vuota, aggrinzita, da vecchio, e aveva preso il sole a occhi chiusi. Ogni tanto sospirava, o semplicemente respirava. Sembrava non ascoltare, per una volta, la lezione di botanica del suo maestro, che indicava frenetico carpini neri, cerri, faggi e ginepri e disquisiva sugli aculei, per la verità bellissimi, metà bianchi e metà neri, che aveva trovato lungo il sentiero. “Sono di un’istrice, sai? Avrà fatto qualche brutto incontro” supponeva, ma a dargli retta era soltanto io, Romano era come assente, come immerso in un sogno che tenesse gelosamente per sé.

Ci sono persone che non evolvono, caratteri anchilosati che perseverano negli schemi di vita che si ritrovano, senza nemmeno chiedersi se sia dato qualcosa d’altro. Ma ci sono anche individui dal carattere fertile, ricco di possibilità e di destino, che attendono con pazienza l’ora della propria esplosione.

Quell’estate più calda del solito, con le foglie di tabacco che stentavano a sopravvivere nei campi, Romano non era esploso: era scomparso. La moglie e i figli già grandi l’avevano cercato battendo i boschi, i fiumi, i torrenti e i casolari della zona centimetro per centimetro, con l’aiuto degli altri tassisti della piazza – l’Umbria è una terra di gente dura, di poche parole, ma solidale e generosa. Niente da fare. Volatilizzato. Negli ospedali, nessuno con quel nome. Alla polizia, neppure una segnalazione.

Non se ne è più saputo nulla. Il suo bisogno di ridere era evidente che mascherasse della disperazione. O si trattava d’altro? Il mio amico lo ha pianto come morto, coltivando dentro di sé un sentimento di colpa di cui non si è ancora del tutto liberato. Non ha mai voluto dare credito alla mia versione dei fatti, dice che è più assurda del rimorso che lui sente per non averlo capito e aiutato. Io però ogni tanto gli ripeto la storia.

Gli esseri umani, dico, vogliono sempre andare via, e se il luogo dove desiderano andare non ha un nome e dei confini allora lo chiamano libertà. E lì, in Umbria, questo desiderio, questa fantasia, questo sogno è scritto negli alberi che si illuminano e frusciano anche se non c’è il vento, nelle montagne che al tramonto diventano ombre e mandano suoni che attirano come promesse. San Francesco e santa Chiara le avevano seguite, quelle ombre, e nel loro mondo – che poi, a saper vedere bene, è  il nostro – avevano sperimentato che erano possibili cose inaudite. I piedi di Chiara potevano camminare senza sollevare polvere.

Forse Romano aveva intuito che l’origine della libertà sta nel semplice respirare, come aveva fatto quel giorno sul Tevere. E per trovare aria pura era andato sempre più lontano, sempre più in alto, dove l’aria è densa, rarefatta, e ubriaco si era perso. Come gli anacoreti che si ritiravano, in disparte come gli eremiti nel deserto della Tebaide, come i monaci che entravano nel folto delle foreste e si facevano vestiti di foglie, scegliendo di vivere nell’ombra. Forse.

Il mio amico si irrita quando gli racconto questa storia, e lo capisco, ma lo stesso mi succede di raccontarla, se non a lui, tra me e me. E allora penso che nei momenti migliori anch’io sento che devo, non scomparire, ma fare posto, togliere un po’ di foglie secche qua, sollevare un po’ di mattoni là, buttare giù qualche parete. Non c’è una ragione, devo solo continuare a fare sempre più posto, e finché riuscirò a farlo mi guadagnerò la vita.


(Il racconto è uscito su Studi Cattolici nel numero di luglio 2020)

credits
Foto di DarkmoonArt_de da Pixabay
 

Laura Bosio
Scrittrice
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