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Civiltà Appennino

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Metroappennino

di Filippo Barbera

 

Nel 1919 Meuccio Ruini in “La montagna in guerra e dopo la guerra”, scriveva: “Se il mare, alzandosi di pochi metri, ricoprisse quel golfo di terra che è la valla padana, l’Italia sarebbe una sola e grande montagna”. In Italia, continua Ruini, alla questione Nord-Sud si accompagna la “questione montanara”, accanto ai problemi di latitudine vi sono quelli di altitudine. Ruini suddivideva così l’Italia in due “paesi”, distinti ma simili, che chiamava Padania e Appeninia. I due “paesi” si differenziavano soprattutto per il rapporto con la pianura: presenza pervasiva nel primo caso, quasi del tutto assente nel secondo. L’Appeninia, infatti, era (ed è) quasi del tutto priva di ampie zone pianeggianti se non nel tavoliere pugliese e anche “sul orlo tirrenico (dove) qualche valle men corta accolse civiltà gloriosissime”.

L’Appeninia è “potentemente signoreggiata” dalla presenza, clima, abitabilità, comunicazioni e modi di vita che dell’Appennino sono la cifra materiale e simbolica. Al contrario, le Alpi – barriera protettiva che ha reso possibile la fertilità e l’autonomia della valle padana – sono state un elemento cruciale per le regioni del Nord, ma non hanno marcato allo stesso modo dell’Appenino le terre circostanti. L’Appennino, scriveva Ruini, non è benefico alla terra che ne trae il nome, contrariamente a quanto lo è l’Alpe per la Padania. Ma proprio le esternalità positive dell’Alpe hanno creato la separazione tra monte e piano che caratterizza le regioni del Nord. L’Alpe protegge ma separa, proprio perché ha creato una terra, la valle padana, fertile e protetta, quindi autonoma. L’Appennino, con i suoi con i suoi 1.500Km di spina dorsale del paese, invece irradia le terre circostanti, le plasma nei ritmi economici e nei modi di vita. Questa differenza, oggi, comporta importanti e potenziali differenze nei rapporti tra monte e piano. Dai lavori di Beppe Dematteis, ripresi da chi scrive e da Antonio De Rossi, si è diffusa la locuzione di “città metromontana” (https://www.che-fare.com/barbera-innovazione-metromontana-citta-metropolitana/).

L’espressione assume tratti diversi in Padania e in Appeninia, a partire da un tratto comune a tutto il territorio nazionale: su 12 città metropolitane ben 6 (Genova, Roma, Reggio-Calabria, Messina, Palermo, Cagliari) hanno più del 50% di Comuni montani o parzialmente montani e circa 90 tra capoluoghi di Provincia e Comuni con più di 50.000 abitanti distano meno di 15 km da un’area montana, configurando di fatto un sistema nazionale metromontano di città e montagne diverse. Un potenziale anche per la costruzione di sistemi metroappenninici, incubatori di patti e contratti tra monte e piano per la valorizzazione delle risorse ecosistemiche e agro-alimentari, per il governo dei cambiamenti di uso del territorio e insediativi che si imporranno col crescere del cambiamento climatico, per la messa a valore delle opportunità di residenzialità e di telelavoro, per la creazione di filiere di produzione locale, per lo scambio di competenze, per la messa a valore dei servizi ecosistemici e delle infrastrutture verdi.

Una visione metroappenninica che richiede un orizzonte comune di area vasta, non schiacciato dai confini amministrativi, non schiavo della ricerca del consenso politico a breve termine; che identifichi e promuova l’innovazione sociale a livello del policentrismo, delle sue risorse e dei suoi attori. 

Rispetto alla Padania, l’Appeninia può seguire questa strada concentrandosi su quella che Arturo Lanzani ha denominato come Italia di mezzo: un continuum città-campagna-monte che oggi genera una Italia in contrazione, caratterizzata da vincoli demografici, edifici abbandonati, cantieri bloccati e proprietà invendute (A. Lanzani e F. Zanfi, L’avvento dell’urbanizzazione diffusa: crescita accelerata e nuove fragilità, in A. De Rossi (a cura di) in Riabilitare l’Italia, Roma, Donzelli, 2018, pp. 123-140; A. Lanzani e F. Curci, Le Italie in contrazione, tra crisi e opportunità, in A. De Rossi (a cura di) in Riabilitare l’Italia, Roma, Donzelli, 2018, pp. 79-107).

Tipi di montagne e di pianure, intersecati con città medie e piccole, colline e borghi, campagne, cittadine costiere che si riempiono d’estate e si svuotano d’inverno, campagne produttive in spopolamento, conche e fondi valle industrializzati, distretti industriali in crisi. Comuni piccoli e medi, lontani dai servizi, in “pendenza”, spopolamento e abbandono, la cui decrescita demografica è compensata dalla crescita dei comuni di bassa montagna o a contatto con il pedemonte urbanizzato e di quelli dei territori di pianura. Come la città metromontana, però, anche il metroappennino ha bisogno di una visione politica e di una classe dirigente non accecata dalla metrofilia, capace di politiche curvate sulle caratteristiche dei luoghi. Che governi il territorio non con la montagna alle spalle, ma con le cime appenniniche di fronte, come orizzonte della propria azione politica.

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[1] Testo riadattato da Politiche e strategie metromontane nel contesto europeo, Il Mulino (1/2021), in corso di stampa.

Credit: Foto di nonmisvegliate da Pixabay

 

Filippo Barbera
Università di Torino e Associazione “Riabitare l’Italia
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