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Civiltà Appennino

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Il vocabolario dei luoghi infranti – 2

Seconda tappa, con Emiliano Cribari, del nostro viaggio tra le parole d’Appennino. Un cammino lento che aiuta a leggere dentro l’anima della montagna.


 

Habitat, Incanto, Lentezza, Montagna, Nostalgia, Osservare, Pregare. Sembra già di camminare. In silenzio. Avvolti dalla quiete frondosa del mattino. Sette parole – raccontate – che ci invitano a riflettere sul nostro Appennino. Sull’urgenza, etica e materica, di riposizionare gioia e tenerezza. I paesi ci chiamano con una voce di carezza.

 

Habitat

Le prime immagini di un luogo sono (quasi) sempre le istantanee di un punto di non ritorno. Stanno ad indicare l’equilibrio, lo zero, l’habitat ideale. Immortalano il momento esatto in cui l’uomo c’era e non sfociava. Costruendo dove si poteva, utilizzando materiali di cui il luogo disponeva: il legno e la pietra. Sapere qual è il senso dei luoghi induce all’etica, all’igiene. Indica la strada.

Incanto

Incantarsi. Virtù di fotografi e poeti, di pastori ed eremiti, di persone che hanno perso il passato e che provano a comprendere il presente. Ci sono luoghi di cui non resta che un rudere, un muro morso dai rovi, dalla pioggia, dalle schiene ruvide e scattose degli animali. Ci sono luoghi selvatici, taciturni, nascosti, padri di simboli e madri di ricordi, la cui ricchezza non sbraita, non s’impone, non fa ombra: era (ed è) da intuire. Questi luoghi non sono “vicini”, spesso bisogna raggiungerli a piedi: si fanno attendere, desiderare. Balbettano, scricchiolano, cigolano: è il loro modo di (in)cantare. È facoltà dei bambini giocare con poco, stupirsi di ciò che li rende leggeri. Essere pronti all’incanto rovescia il mondo.

Lentezza

Non c’è parola più adatta a raccontare certi luoghi. Lentezza ha la e di erranza, la n di noia, la t di tempo, la z di zero e la a di parole come alba, Appennino, abete. Nella lentezza accade tutto. Il respiro riaffiora, e il tempo finalmente appare, non sfugge.
Tutto esiste. La lentezza è preghiera dello sguardo. Abbraccio, intimità, concessione. È saggezza e profondità. L’Italia interna è una maglia, inestricabile, di storie e di leggende che non si possono schematizzare. Non si può ridurre, la lentezza. Non si può condensare. La lentezza è l’antidoto al turismo. Fare poco e farlo bene. Andare a fondo. Stare. Prendersi il tempo che serve, guardare oltre il centro, percorrere i bordi, evitare le trappole nascoste in superficie, gli slogan. Lentamente, la vita dei luoghi sboccia, si confessa. Lentamente, lo sguardo esulta anche di un sasso, di una noce.

Montagna

Montagna è guardare dall’alto, umilmente. È dare i nomi agli alberi, alle case. È conoscere le storie delle persone. È abitare spazi obliqui, inadatti, faticosi. È conoscere il vento delle stagioni, pregarlo e maledirlo. È adattarsi all’improvviso, inginocchiarsi, rimediare. È avere gambe per scendere e polmoni per salire. È saper rinunciare. È rassegnarsi, fare parte della terra e del cielo, restare. È pioviggine e neve, belato, alba gelida, odore di pino e di letame. È tornare alla fonte. Alla calma, piatta, del mare.

Nostalgia

Forse Ulisse è stato il primo nostalgico della storia della letteratura. Trafitto com’era dal desiderio di tornare a casa. Non è un caso che la parola nostalgia nasca dall’incontro tra i termini greci álgios e nóstos, dolore e viaggio: il dolore proprio del viaggiatore che desidera raggiungere un luogo che ricorda con affetto. Eppure, paradossalmente, è proprio la nostalgia a offrire a Ulisse la forza di proseguire. A ricordargli ciò per cui vale la pena lottare. Vito Teti, il grande antropologo calabrese, parla di nostalgia positiva, di una grande occasione per aprirsi e rinnovare.
La nostalgia come chiave cruciale per comprendere ciò che sta ai lati. Alimentando il desiderio di rivivere la vita in modo umano, genuino.

Osservare

Osservare annienta la noia, sterile, di guardare. È seminare una preghiera in un muro, in un vaso, in una porta malmessa, per veder germogliare una storia. Osservare è prendersi cura, restare, ascoltare con lo sguardo. È essere vivi, clementi, offrendo ai luoghi intimoriti l’occasione di una voce. Osservare una lucertola, una crepa, non è un gesto degli occhi ma un guizzo dell’anima.

Pregare

Quando una civiltà smette di avere un pensiero verticale, i luoghi in cui abita si riducono a ripari, a meri strumenti di sopravvivenza. Vegliare i defunti, essere grati al raccolto, al cielo e alla terra, benedire l’acqua e il pane: nei paesi, fuori dalle grandi città, pregare è sempre stato un momento essenziale, un rito, una necessità. L’Italia che trema ha visto sciogliersi il sacro. Vecchie icone ora s’aggrappano ai muri divorate dall’edera, dai rovi. Sfigurate testimoni di un tempo dubbioso, impaurito. Quando una civiltà smette di credere, di pregare, non ha altra mèta che produrre, consumare, rimandare ad altro tempo il dolore. Anche invecchiare è un incubo da allontanare. Fra le maglie di una specie di cultura orizzontale (come quella occidentale), tornare a pregare sovverte, è una rivoluzione. Accarezzare un’anziana, un contadino, inginocchiarsi accanto a un’ape, a un muro a secco, a un glicine sfiorito. Dire (o anche soltanto pensare) qualcosa come grazie. Avere sopra un palmo il buon senso di non bastarsi. Essere grati a qualcosa di diverso da sé.


foto di Emiliano Cribari
Emiliano Cribari
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