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Civiltà Appennino

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L’Appennino palestra di sport e di vita

di Domenico Pozzovivo

Bastava solo affacciarsi al balcone di casa e volgere lo sguardo ad ovest, per ammirare i contrafforti dell’Appennino Lucano. Nella direzione opposta, l’orizzonte era disegnato dal mare, distante solo una ventina di chilometri. Ma inesorabilmente, il mio sguardo è sempre stato calamitato dal profilo, a volte più nitido, nelle giornate di tramontana, a volte più sfumato dall’umido scirocco, delle montagne ad occidente. Tant’è che si rivelava persino scontata la mia risposta alla richiesta dei miei nonni, di accompagnarli a far visita ai familiari nei vari borghi dell’entroterra appenninico della Basilicata.

È in quelle occasioni che ho imparato a riconoscere le valli che, scavate dal corso di fiumi e torrenti, solcavano la regione da ovest verso est e rendevano accessibili con delle strade a scorrimento più o meno veloce le nostre montagne.

Già allora, la soddisfazione per il viaggio intrapreso era direttamente proporzionale al dislivello positivo superato, a quanto più in alto fossi arrivato. Ed è tuttora rimasto inalterato quel senso di sfida e di avventura, ora che frequento nei miei allenamenti in bici le strade che si inerpicano sull’Appennino.

Non avrei potuto altro che essere uno “scalatore”, per fisico e vocazione, un ciclista da montagna, pur essendo nato sul mare.

L’Appennino è stato la mia palestra ed è proprio in una lunga e dura tappa appenninica che è arrivata la mia più grande soddisfazione sportiva con la vittoria al Lago Laceno nel Giro d’Italia del 2013. E non a caso, per arrivare nella migliore forma possibile, ho preparto quell’edizione del Giro allenandomi a più riprese sia sulla montagna potentina all’ombra del Monte Pierfaone, che nella splendida Piana di Castelluccio di Norcia con i maestosi Monti Sibillini a farne da cornice.

Anche nel ciclismo super tecnologico, con i numeri legati ai Watt e alla prestazione sempre più dominanti, scalare un’anonima salita su una strada a 4 corsie in pieno deserto nella Penisola Araba, oppure scalare una vetta Appenninica, attraversando boschi e radure non è assolutamente indifferente e la somma di queste componenti rende molto più sostenibile lo sforzo per raggiungere la cima.

Io ed i miei compagni di squadra della Qhubeka Assos portiamo impresso sulla maglia il motto africano “Ubuntu”, che sublima ed esalta la concezione del lavoro di quadra e che tradotto letteralmente significa “io sono ciò che sono, in virtù di ciò che tutti siamo”, ma in questa occasione non ho timore di traslarlo in “io sono ciò che sono, in virtù del mio attaccamento alla montagna e allo sport”.


credits foto:

Foto di copertina di Pexels da Pixabay

Foto in pagina Credit @breakawaydigital.

 

Domenico Pozzovivo
Ciclista professionista
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