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Civiltà Appennino

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Un(a) giga risalita

di Piero Lacorazza

“Sull’acqua si è fondata la civiltà…Nulla è fonte d’innovazione più dell’acqua; un acceleratore unico di progresso”.

È ciò che scriviamo nella presentazione del libro “Le vie dell’acqua” (Donzelli, 2020), secondo volume della serie Civiltà Appennino.

Dall’Italia verticale, quella delle terre alte, nasce il sistema arterioso del nostro Paese. I fiumi sono linfa vitale, scorrono, accompagnano a valle storie che spesso generano opportunità lontano dalle sorgenti.

Ma dopo secoli e secoli si è sconvolto questo ordine naturale delle cose: si inverte il flusso, anzi, la sorgente di un byte nasce e vive in valle e fatica a bagnare la montagna.

Nella civiltà delle macchine il byte è l’acqua, la connettività il fiume. La forzata similitudine segnala quanto siamo ingrati alla montagna da cui si riceve l’acqua e non si dona il byte. Questa romantica riflessione pone però un tema fondamentale: senza connettività si riduce il fermento d’innovazione.

Riflettiamo su queste due cartine dell’Italia, (fonte fig.1 Riabitare l’Italia – Donzelli 2018; fonte fig.2 Istat)

La prima ci dice come è distribuita la popolazione over 65, la seconda è la mappa di connettività.

Dove manca la rete, mancano anche i giovani. Non voglio caricare su questo aspetto tutto il dibattito sul destino delle aree interne e né tantomeno l’esclusiva causa di spopolamento ed emigrazione giovanile.

Ma la restanza si lega anche alla connettività non solo per stare dentro un mondo pur restandone distante ma anche perché l’innovazione arrivi a bagnare i margini determinandone un progresso “rurale”.

Carla Lunghi e Laura Bovone hanno sottolineato, nei due articoli pubblicati su Civiltà Appennino nelle scorse settimane, l’importanza della piattaforma come rottura culturale e organizzazione della vita. Cosi come ne ho parlato nel passaggio tra “mulo e monopattino”, di riequilibrio tra città ed aree interne si pone la necessità di riflettere sui concetti di proprietà e di uso.

È quindi la mancanza della rete non è solo l’assenza del segnale ma l’impossibilità di fruire di uno strumento indispensabile, soprattutto per i millenials, “che apre – scrive Laura Bovone – orizzonti virtualmente infiniti ai progetti dell’individuo o del piccolo gruppo”.

Ma sempre per rimanere nel campo delle nuove generazioni, avanzano esperienze e fenomeni di lavoro localizzate in una sede diversa da quella legale o operativa, in particolare nel Sud Italia. Il “southworking”, così etichettato da un gruppo di giovani di Palermo, ha riguardato circa 45 mila persone, secondo il rapporto Svimez.

La pandemia ha spinto per il lavoro agile e a distanza; per molti da una necessità è nata un’opportunità di restanza, in quella, “provincia italiana”, come ha scritto Toni Ricciardi, che va oltre la “questione meridionale” e lega i “margini”, le aree interne.

Tutto questo “anarchico movimento” necessita di visione e politiche strutturali, di un nuovo patto tra capitale e lavoro in cui ci sia cittadinanza per i diritti e per le geografie. Cambia il concetto di “distanza” perché, scrive Luisa Corazza, “si è spezzato quel binomio tra lavoro e unità di luogo che era stato alla base della concezione del lavoro dall’inizio dell’industrialismo fino alla fine Novecento”.

Quindi è possibile che alcuni fenomeni di riequilibrio tra città e aree rurali si possano verificare.

Ma la sfida è davvero complessa se si pensa che processi di questo tipo comportino un forte governo politico, un robusto patto sociale ed istituzionale, una disponibilità di “aziende” e “città” a coglierne le opportunità. La complessità di modificare il paradigma di “luogo di lavoro” vive nella mitigazione dei concetti di “stanzialità” – anche virtuale – e “ordinarietà” attraverso un maggior peso di quelli di “produttività” ed “obiettività”, con particolare riferimento agli strumenti di controllo, monitoraggio e valutazione. Per le amministrazioni pubbliche questa riflessione si amplifica.

Ma il presupposto è la presenza del “segnale”, molto di più delle “tacche”, che spinga verso un(a) giga risalita.


Credits: Foto di Vojtěch Kučera da Pixabay

Piero Lacorazza
Direttore Fondazione Appennino Direttore responsabile CiviltaAppennino.it
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