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Civiltà Appennino

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Manifesto di una scrittura d’Appennino

da “CIVILTA’ APPENNINO” di Raffaele Nigro* e Giuseppe Lupo*. A cura di Fondazione Appennino (Donzelli Editore, 2020)

 

Da troppo tempo abbiamo la sensazione che le coordinate della Storia non riescano a giustificare il perché di certi fenomeni culturali e antropologici. Da troppo tempo avvertiamo l’esigenza di sconfinare nelle categorie che vadano oltre la Storia, che la neghino o la integrino, senza esautorarne i suoi strumenti ma convertendoli in un nuovo linguaggio. Per troppo tempo siamo stati vincolati alla dimensione del tempo come divenire, come progresso, come catena di causa ed effetti. E tuttavia, stanchi di registrare continui cedimenti, dobbiamo procedere oltre la dimensione del tempo e abbracciare lo spazio.

Abbandonando o negando la funzione verticale della Storia, ci affidiamo alla lettura orizzontale della geografia, che è visione e respiro di un’epoca.

In questo modo pensiamo a una scrittura che si disponga lungo la dorsale appenninica (la terza linea di un’Italia longitudinale, dopo quelle del Levante e del Ponente) e che da essa tragga gli elementi per sostenersi.

 

In sede teorica, il Manifesto di una scrittura appenninica risponde a questa esigenza: fornire le coordinate di un pensiero, di uno sguardo, di un modo d’essere lettori e scrittori.

L’Appennino da categoria orografica si fa categoria interpretativa, codice di riferimento, linguaggio della natura che si traduce in linguaggio delle parole e permea le pagine dei nostri libri. Per tale ragione ciò che scriviamo, oltre a essere frutto delle nostre individualità, risponde a una serie di costanti:

L’Appennino è il luogo della fuga e della precarietà, dello svuotamento dei borghi.

Salire e scendere, affrontare la fatica della scalata, dalla valle alla cima, ora per valli ora per montagne.

Salendo si guarda verso l’alto, l’Appennino è il luogo della riflessione, della ricerca e del dialogo con il metafisico e con i temi profondi dell’esistenza.

La linea che esprime la civiltà dell’Appennino è quella tonda del colmo delle colline e delle valli o il segmento che disegna le cime, i tetti cuspidati, in un susseguirsi di tratti e di elementi fratti.

 

La poesia che si esprime è fitta di cavità, di valli, di sprofondi, di penombre. La poesia che le si accosta è quella del manierismo, il buio leonardesco, il buio caravaggesco.

Le architetture appenniniche orbitano intorno a un castello o a un campanile sistemato in cima a un’altura.

L’arroccamento è arricchito dai tetti e dagli embrici.

Le creature dell’Appennino sono animali solitari, come le volpi, il falco, i nibbi.

Solo le pecore, le mucche e le capre popolano in greggi le zone montane. Ma avverti solcando i tornanti il tumulto dei branchi di cinghiali, il passo felpato della volpe e del lupo che sono creature solitarie, il silenzioso scivolare dei ricci e dei tassi. Un mondo cacciato via dalla storia e dalla modernità.

Le culture arboree disegnano le fiancate dei monti, uliveti, pini, aceri, abeti, meli, peri, ciliegi, una flora non da giardino curato e geometrico, ma da bosco selvatico.

Le siepi di rovi e di biancospini delimitano le vigne e dappertutto senti l’odore dei funghi e del muschio, e sui tronchi la barba riccia dei licheni rende arcaico e fabuloso il paesaggio.

I vigneti si adagiano a spalliera e a ceppaia, non a tendoni come in pianura.

Il frastuono del borgo o della metropoli ma il fruscio.

Le nebbie sono le vere abitatrici degli anfratti.

L’Appennino è il luogo dove perdura l’agricoltura ed è assente l’industria.

Il luogo dei terremoti e delle aree smottanti.

L’Appennino è contemplazione e ricerca, memoria e utopia, fuga dai miti e rifondazioni di altri miti.

 Terra che non è più Oriente e non è ancora Occidente, eppure li contiene entrambi.

Il luogo dove le fole del vento portano le spore dei sogni.

L’Appennino è il legame orografico e politico tra il Mediterraneo e l’Europa, come la grande ascissa che collega le ordinate della povertà e del benessere economico.

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